Quando voglio informazione, su qualsivoglia argomento o tematica, devo fare riferimento ai media: online, offline, anche blog, questi ultimi spesso indipendenti, scevri cioè da sovvenzioni o editori/padroni.
Se si ha sete ed il bicchiere è vuoto, meglio colmarlo con acqua pura o intorbidita? La risposta è ovvia ma l’esito della ricerca di una buona fonte è sempre meno scontato.
Approcciando una risorsa occorrerebbe conoscerne ogni volta: storia, orientamento politico, chi vi scrive e perché etc. per poter meglio decifrare o contestualizzare quanto mi racconta.
L’imprinting ideologico di una testata è talvolta onnipresente, dalla prima all’ultima pagina, persino in articoli “leggeri” come la cronaca mondana e di costume.
Spesso trovo molto più gradevole un post ben scritto da un semi-sconosciuto blogger che un articolo a firma di qualche star del giornalismo.
I blog sono e restano per me un importante punto di riferimento per le mie letture o ricerche quotidiane. La blogosfera però, per varie ragioni (sociologiche o personali di chi scrive) è molto “cagionevole”. La credibilità, ad esempio, è uno degli aspetti più delicati. Oppure la frequenza di pubblicazione. Negli ultimi 2-3 anni, causa anche l’avvento dei social network, la comunicazione sul Web si è frammentata. Effimeri frammenti di concetti invece che post completi ed esaustivi inondano quotidianamente la Rete. Alcuni blogger che leggo e stimo dedicano ormai più tempo al microblogging, al ludus, piuttosto che ad arricchire di contenuti i loro spazi tradizionali. La comunicazione di passaggio (quella che nel giro di poche ore non lascia più tracce di sè) ha preso insomma il sopravvento. Forse inconsapevolmente. Questo vuoto progressivo di contenuti indipendenti favorisce solo l’editoria, l’informazione di parte e tutti quelli che finora hanno sempre avuto gioco facile nell’orientamento di coscienze e di pensiero.
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