Marketing Park

Una boccata d'aria pura nel sempre più fumoso e caotico mondo del Marketing! Dal 2006.

Solo la metafora calza a pennello

Faccio subito una premessa.
Questo post è stato fortemente “influenzato” (il termine “influente” in questi giorni è very cool) da tre fattori:
  • il giro di slow shopping (il Comune di Brescia ha ribattezzato così quello rituale che si fa nel centro storico) di ieri pomeriggio;
  • il caffè col bis di stamattina (ottimo) della mia nuova macchina espresso (decisamente migliore della precedente). I miei neuroni ancora ringraziano;
  • amo le metafore (in questo blog abbondano, ve ne siete accorti?).

Ebbene, grazie al turbinio di parole (sante e non) recenti sulla blogosfera ed i corporate blog, eccovi una storia fresca di penna. Pardon! Di tastiera.

Nella vetrina di una boutique esclusiva fa bella mostra di sè un bell’abito da sera stretch, scintillante e costoso.
Due signore si fiondano all’interno per provarlo. Una è alta e magra, misure da top model. L’altra ha circa 20 cm. di meno in altezza ed almeno 40 Kg. di più rispetto alla prima. Eppure, il carismatico (ed affabulatore) negoziante riesce a trovare per entrambe ottime argomentazioni per convincerle all’azzardato acquisto:

1) Il tessuto elasticizzato si adatta a tutte le forme;
2) le paillettes son sempre di moda;
3) l’attualità del modello gli consente di essere indossato anche negli anni a venire per ammortizzare il prezzo elevato.

Alla fine, le due clienti escono soddisfatte dal negozio con in mano la bag contenente l’agognato vestito, inconsapevoli che potrebbe anche diventare il loro incubo.
Perchè?
-Nel caso 1 è sì certo che il tessuto elasticizzato si adatta a tutte le forme, ma è pure vero che evidenzia paurosamente quei difetti più insospettabili, anche su una magra;
-nel caso 2 e 3, le paillettes esistono e vengono utilizzate da decenni, quindi sempre di moda, in fondo. De gustibus permettendo. Ma, con l’avanzare dell’età, quale signora oserebbe ancora indossarle senza rischiare il ridicolo? Il fattore ammortizzamento del costo iniziale è comunque destinato a decadere.

Il corporate blogging insomma è come l’abito stretch di cui sopra: per alcune aziende potrebbe rivelarsi un cattivo investimento e, soprattutto, non sta bene a tutte!

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Archiviato in:comunicazione, metafore

7 Responses

  1. Enrico ha detto:

    Beh, alla metafora dell’abitino stretch non ci sarei mai arrivato , davvero… Ma in ogni caso hai ragione. Il blog (inteso come “stanza di conversazione”) non l’ha prescritto il medico, a nessuno, e credo anch’io che le aziende e i manager pronti per affrontare in pirma persona la blogosfera siano pochini pochini.

  2. MarketingPark ha detto:

    Enrico, si è affrontato, in questi giorni, anche il non trascurabile aspetto della gestione dei commenti cosiddetti “negativi”.Ci sono aziende che già in momenti di “crisis management” sfiorano il ridicolo, ma per loro fortuna si tratta di eventi eccezionali. Immagina cosa potrebbe accadere dinanzi ad una quotidiana (e pubblica) pioggia di polemiche e provocazioni (anche motivate) su un ipotetico blog aziendale.

  3. Enrico ha detto:

    Credo che se un’azienda attrae commenti negativi, questi appariranno comunque altrove. Forse è meglio raccoglierli e affrontarli in casa propria. Che per fare questo occorra una maturità e una consapevolezza ben oltre la media, questo è un altro discorso, ma è una responsabilità delle aziende e di chi li assiste nei processi di comunicazione. Il fatto che Sony avesse o meno un blog, avrebbe cambiato di una virgola lo scandalo del rootkit ? Forse sì, e se fosse stato un blog gestito correttamente, in meglio. Ma Sony ha dimostrato di avere una cultura ben diversa.

  4. MarketingPark ha detto:

    Un blog aziendale è l’ultimo anello di una catena. A monte, in alcuni casi, andrebbero prima rifondate qualità dei prodotti/servizi, correttezza aziendale, comunicazione interna, management capace, customer care etc., altrimenti lo “strecht” non farebbe altro che evidenziare penosamente difetti e lacune.Chi proporrà certi servizi (parlo dei consulenti in corporate blogging) dovrà – con non poche difficoltà e rischi di veder sfumare l’affare – affrontare con l’azienda di turno anche questi aspetti delicati?Certo, forse, ni. Ma dopo un’autoanalisi così spietata, quante avranno ancora voglia di esporsi ulteriormente?

  5. Enrico ha detto:

    Assolutamente vero, Titti, sotto questo profilo affrontare la blogosfera è, come dire, “terapeutico”, nel senso che costringe a confrontarsi con temi come etica, trasparenza, qualità, etc etc. Meglio starne fuori che entrarci male. Ma ci si getteranno a pesce in molti, esattamente come è successo anni fa quando le aziende si facevano il sito senza evere idea di cosa significava “mettersi online”. Qui però, secondo me, i rischi sono anche maggiori.

  6. AAA Copywriter ha detto:

    Dai tempi dei faraoni i poi le signore hanno preso il vizio di impiastricciari con sortanze spesso nauseabonde pensando di mantenere giovvinezza o fascino, e ora siamo arrivati alla chirurgia plastica generalizzata. In parte è puro e semplice condizionamento culturale, in parte è un modo di essere degli animali femmina che vogliono attirare (o sperano di farlo) il maschio, come ha ampiamente dimostrato nei suoi libri Desmond Morris. Quello che è tragico non è il fenomeno in se, ma il risutato…Alex

  7. MarketingPark ha detto:

    @ Alex:anche se il post era riferito al fenomeno corporate blogging, il tuo commento merita riflessione. Hai notato come in tv si parli troppo spesso di chirurgia estetica?Provo disagio quando mi trovo davanti signore simili a trans (zigomi gonfiati, idem per la bocca).Per quanto mi riguarda, se può interessare saperlo, lascerò che il tempo faccia il suo corso, sopratutto sulla faccia che per me è sacra ed intoccabile.A differenza di tante mie coetanee e non (con all’attivo, cioè, centinaia di pettinature ed altrettante nuance di colore) porto lo stesso look da 15 anni! Poche possono permettersi questo lusso. Questione di personalità.

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