Marketing Park

Una boccata d'aria pura nel sempre più fumoso e caotico mondo del Marketing! Dal 2006.

La mia banca è (in)differente!

Per il terzo anno consecutivo mi è capitato di andare presso la mia banca – per effettuare una operazione – proprio il giorno in cui addobbano l’albero di Natale.
Ore 14.40. Tra cinque minuti l’ingresso verrà sbloccato ed un bip annuncerà che sarà possibile superare la bussola per accedere ai locali. Nel frattempo i due soliti sportellisti (un po’ avanti con gli anni, sono diventati parte dell’arredamento ormai) sono freneticamente impegnati ad aprire i rami dell’albero. Dalla vetrata noi correntisti, in attesa dell’ora X, possiamo vederli e gustarci la scenetta.
Ore 14.45: ecco il bip. Entriamo in ordine di arrivo e ci sistemiamo in due file dinanzi ai due sportelli. Uno degli impiegati molla subito l’attività decorativa e si siede dietro al pc per sbrigare il primo cliente. L’altra no. La signora in cachemire preferisce non lasciare a metà l’opera. La gente della fila che spetterebbe a lei curare intuisce l’andazzo ed invece di protestare si riallinea dietro la prima (dove ci sono anch’io).
In fondo al locale c’è l’ufficio del Direttore. La porta è aperta e lo si scorge seduto alla sua scrivania, peraltro rivolta verso gli sportelli, da dove egli può osservare chiaramente quanto accade di qua. Ciononostante non interviene per risolvere la cosa, anzi, ne approfitta per farsi pure qualche telefonata. In pratica, un bel chissenefrega per quella gente che ha chiesto l’ora di permesso al lavoro per essere lì, nel loro paese dei balocchi!

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La prospettiva che fa la differenza

La mia generazione, cioè quella di chi è stato teen ager negli anni ’80, credo sia stata l’ultima (perlomeno in Italia) ad essere convinta di avere dinanzi a sè un fulgido futuro, grandi orizzonti. Quando qualcuno chiedeva a me ginnasiale o ai miei compagni studenti cosa avremmo fatto da grandi, ne veniva fuori un corollario di risposte mai banali, con idee concrete e definite su prosecuzione di studi, specializzazioni e carriere. Anche quelli notoriamente con poche risorse economiche o tendenzialmente tesi all’introversione ed al malinconico stupivano tutti con un inaspettato ottimismo sul proprio avvenire. Nessuno si vedeva perdente insomma, e con quest’ottica affrontava con serenità gli step della sua giovinezza accompagnata dalla musica dei Duran Duran.
Per quello che ne so, quei ragazzi di allora hanno realizzato davvero i loro propositi e qualcuno addirittura grandi cose. Mi è giunta infatti notizia che una mia ex compagna di classe è oggi un affermato astrofisico.

Persino la Generazione X, quella degli apparentemente disillusi trentenni dei primi anni ’90, tanto osservata dai poco lungimiranti sociologi di quel tempo, poteva ancora appellarsi a qualche briciola di ottimismo.

In tempi recenti, quando ho seguito i colloqui di selezione di quello che sarebbe stato il mio gruppo di lavoro per l’azienda di cui facevo parte, ho potuto incontrare molti giovani tra i 18 ed i 28 anni, alcuni ancora universitari. Volendo classificare parte di essi in una categoria di quelle care ai sociologi di cui sopra, potrei fare tranquillamente riferimento alla cosiddetta Generazione Y o MTV Generation.
In questi ragazzi c’è buona volontà da vendere ed una gran voglia di fare ma nessuna prospettiva, non riescono cioè a fare alcun tipo di previsione per il loro futuro. La loro visione di sè, nella migliore delle ipotesi, non va oltre l’anno in corso. Eppure di sogni da realizzare ne avrebbero ma ne parlano (e malvolentieri) come di qualcosa di assolutamente irraggiungibile, benchè si tratti di cose ritenute da sempre normali come lavorare, comprarsi una casa e formarsi una famiglia.
Ogni qualvolta chiedevo loro come e dove si sarebbero visti dopo 20 anni seguiva il silenzio o un’alzata di spalle.

Al di là degli oggettivi cambiamenti della società odierna – alla quale spesso si imputa la colpa di aver ucciso i sogni dei giovani – si può parlare del successo come di uno status innanzitutto psicologico?

Filed under: società, successo

Mondo reale vs. Marketing 0-0

Il contatto diretto con la realtà, con la gente, il vivere quotidiano insomma è tutt’altra cosa che ricevere informazioni (seppur selezionando le fonti) stando per molte ore dietro un pc in un ambiente irreale ed isonorizzato come sono solitamente gli uffici.
Un buon marketer dovrebbe dedicare sistematicamente “alle libere uscite” sempre tempo a sufficienza per acquisire informazioni e consapevolezze da utilizzare favorevolmente nel lavoro.
Molti, invece, probabilmente scoprono magicamente che fuori dal loro microcosmo moquettato c’è dell’altro solo quando si accorgono che la dispensa è ormai vuota e che l’ultima scatoletta di tonno è ormai prossima alla data di scadenza.
Come certi animali, alcuni marketer mettono quindi il muso fuori dalla tana per fame (riecco la metafora), ma anche in questi casi lo fanno concentrati solo sul loro personale momentaneo bisogno primario, ignorando tutto il resto.

Ne sono convinta! Altrimenti non si spiegherebbero le tante incomprensibili sviste aziendali in fatto di innovazione e/o strategie, lì dove non si tratti espressamente di dolo (anche quello, a loro modo, strategico).

Nel mio fare shopping non riesco mai a staccare del tutto la spina. Amo ascoltare (anzi, origliare) i commenti della gente dinanzi ad una vetrina o nei negozi.
Una delle doglianze più frequenti, soprattutto tra gli anziani, riguarda le confezioni di alimentari freschi (carne, verdure, formaggi etc.). Per poter risparmiare (con certe pensioni diventa un obbligo), dovrebbero acquistare le cosiddette “confezioni famiglia” ma, essendo il più delle volte soli, temono che una volta aperte per prelevare il necessario il resto poi vada a male.

D’altro canto, volendo acquistare confezioni più piccole o “monoporzione” trovano l’ostacolo prezzo alto, e da qui il coro di proteste e la rinuncia all’acquisto, di piccolo e grande formato.

Per me risulta inspiegabile il divario di prezzo che intercorre tra due confezioni di diverso peso ma dello stesso prodotto e marca. I pochi cent di packaging in più non lo giustificano. Dove sta allora il problema?

In questa assurda quotidiana partita tra mondo reale e marketing sordo non ci vince mai nessuno.
*Questo post è stato pubblicato anche da Alimentapress

Filed under: Marketing

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