Marketing Park

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La prospettiva che fa la differenza

La mia generazione, cioè quella di chi è stato teen ager negli anni ’80, credo sia stata l’ultima (perlomeno in Italia) ad essere convinta di avere dinanzi a sè un fulgido futuro, grandi orizzonti. Quando qualcuno chiedeva a me ginnasiale o ai miei compagni studenti cosa avremmo fatto da grandi, ne veniva fuori un corollario di risposte mai banali, con idee concrete e definite su prosecuzione di studi, specializzazioni e carriere. Anche quelli notoriamente con poche risorse economiche o tendenzialmente tesi all’introversione ed al malinconico stupivano tutti con un inaspettato ottimismo sul proprio avvenire. Nessuno si vedeva perdente insomma, e con quest’ottica affrontava con serenità gli step della sua giovinezza accompagnata dalla musica dei Duran Duran.
Per quello che ne so, quei ragazzi di allora hanno realizzato davvero i loro propositi e qualcuno addirittura grandi cose. Mi è giunta infatti notizia che una mia ex compagna di classe è oggi un affermato astrofisico.

Persino la Generazione X, quella degli apparentemente disillusi trentenni dei primi anni ’90, tanto osservata dai poco lungimiranti sociologi di quel tempo, poteva ancora appellarsi a qualche briciola di ottimismo.

In tempi recenti, quando ho seguito i colloqui di selezione di quello che sarebbe stato il mio gruppo di lavoro per l’azienda di cui facevo parte, ho potuto incontrare molti giovani tra i 18 ed i 28 anni, alcuni ancora universitari. Volendo classificare parte di essi in una categoria di quelle care ai sociologi di cui sopra, potrei fare tranquillamente riferimento alla cosiddetta Generazione Y o MTV Generation.
In questi ragazzi c’è buona volontà da vendere ed una gran voglia di fare ma nessuna prospettiva, non riescono cioè a fare alcun tipo di previsione per il loro futuro. La loro visione di sè, nella migliore delle ipotesi, non va oltre l’anno in corso. Eppure di sogni da realizzare ne avrebbero ma ne parlano (e malvolentieri) come di qualcosa di assolutamente irraggiungibile, benchè si tratti di cose ritenute da sempre normali come lavorare, comprarsi una casa e formarsi una famiglia.
Ogni qualvolta chiedevo loro come e dove si sarebbero visti dopo 20 anni seguiva il silenzio o un’alzata di spalle.

Al di là degli oggettivi cambiamenti della società odierna – alla quale spesso si imputa la colpa di aver ucciso i sogni dei giovani – si può parlare del successo come di uno status innanzitutto psicologico?

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Archiviato in:società, successo

3 Responses

  1. Anonymous ha detto:

    Splendida domanda la tua. Provo ad azzardare una risposta. Sicuramente il successo può considerarsi un obiettivo coerente con gli sforzi che ognuno di noi si propone di realizzare. Ma ai tempi a cui tu ti rifersci era un’aspirazione, non un obiettivo necessariamente da raggiungere per essere soddisfatto. Vi era una utopia su cui costruivi il tuo progetto ma con la consapevolezza che le cose nel corso del tempo sarebbero comunque mutate. Oggi i ragazzi “delle opzioni” (così li definisco io, ma non sono un sociologo) sanno solo scegliere tra A B o C, ottenndo così un risultato di breve. Non effettuano quelle che un tempo si definivano “speculazioni” per giungere poi alle opzioni. Oggi si chiede direttamente di dichiarare quali sono le possibili opzioni e loro scelgono (forse). Evidentemente non è colpa loro.Cosa ne pensi?

  2. MarketingPark ha detto:

    Il “successo” a cui aspiravamo noi teen ager di 15-20 fa non era quello inteso oggi da molti (vincere Miss Italia, entrare al Grande Fratello, fare le comparsate nelle fiction etc.), ma qualcosa di più concreto e terreno. In più avevamo la convinzione che qualunque strada avremmo intrapreso (studio, lavoro o praticantati vari) essa comunque avrebbe avuto un lieto fine. In testa avevamo meno “fuffa”, forse perchè anche meno bombardati mediaticamente con tante sciocchezze. Oggi i giovani sembrano vivere più alla giornata e sono pessimisti sul loro futuro. Una predisposizione positiva nella vita invece aiuta sempre.

  3. […] avremmo meno indignati dinanzi a certe iniziative. Con le ciabatte non si va mai lontano. Per “correre” occorrono scarpe forti e ben allacciate e, possibilmente, parlare un buon italiano (e non solo […]

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