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Quale futuro per i videoclip nelle strategie promozionali dell’industria discografica?

Il presidente di Universal Music, Doug Morris, si è scagliato più volte contro MySpace e YouTube, rei – a suo dire – di infrangere i diritti d’autore mettendo a disposizione degli utenti migliaia di video musicali. Egli ne vorrebbe – in pratica – ridurre drasticamente la libera diffusione, ma non sono pochi i personaggi che temono negativi effetti boomerang di tali iniziative sulla loro immagine.
Vale la pena ricordare che i video musicali nacquero, alcuni decenni or sono, per fungere da spot promozionali agli artisti ed amplificare la loro presenza televisiva da un capo all’altro del globo perchè, come noialtri mortali, anch’essi non erano dotati del dono dell’ubiquità.
Citando quanto già scrissi un anno fa sul tema, in virtù della natura pubblicitaria dei videoclip, andrebbe incentivato il loro libero scambio tra siti, utenti e media in generale. Le etichette discografiche, a mio avviso, dovrebbero fornire spontaneamente i file audiovisivi – mettendoli a disposizione in apposite aree sui loro siti aziendali -anzichè ostacolarne la diffusione. Ci sono autori, come i Groove Armada, che assecondano invece – già da tempo e senza stress – i desideri dei loro fan. Ho chiesto un parere anche ad alcuni giovani “addetti ai lavori”.
Steph Mazzacani, produttore discografico in Oxyd Records avvalora sostanzialmente la mia visione: “Secondo me il fatto che YouTube permetta la diffusione dei video è una gran cosa e positiva, perchè altrimenti i video li vedremmo solo su MTV o altri network televisivi, con una durata minima di vita che di solito varia dai 2 ai 4 mesi (dipende dal successo del brano) mentre sul web vi è un’esposizione maggiore, piu’ duratura. La promozione in Rete è maggiore: chi è interessato a visionarlo lo trova subito e puo’ girarlo con un semplice link agli amici. I video sono importanti, ma costosi da produrre e non si usano abbastanza anche perchè nessuno compra un video musicale di un singolo, al limite se lo trovasse in Mpeg già sul cd single come bonus…ma poichè di singoli non se ne vendono piu’, sarebbe un’ottima cosa se chi lo volesse comprare potesse trovare anche un portale dove potersi scaricare il video a pagamento, proprio come accade per i brani audio”.
Nick Ferrando, produttore e fondatore della label Music in Head va oltre: “Che il videoclip sia veicolo promozionale non vi è alcun dubbio, così come è indubbia l’ignoranza e la lentezza di parecchi managers e impiegati delle multinazionali in varie parti del mondo, inclusa (e specialmente) l’Italia. Scagliarsi contro MySpace o YouTube è certamente perdere in partenza come all’epoca fu per l’attacco a Napster (acquisita poi da BMG che la trasformò in un megaflop). Tuttavia anche lasciare aperta la strada ad un “tutti hanno tutto gratis” è un rischio mortale per gli artisti e per i pochi seri che lavorano nel business della musica. Da tempo organizzazioni mondiali quali l’IFPI stanno cercando di regolamentare i diritti d’autore digitali, così che i contenuti in streaming ad esempio (gratis per gli utenti, ma a pagamento per coloro che pubblicano tali contenuti) vengano retribuiti in maniera equa. Creare musica ha dei costi, così come produrla, arrangiarla, diffonderla. È vero che oggi si può produrre a costi molto più contenuti rispetto a solo 5 anni fa, tuttavia gli artisti vanno pagati, i turnisti anche, i registi, i direttori della fotografia, i montatori pure. Per concludere ti posso dire che il futuro per artisti e addetti ai lavori è davvero in una fase di ripresa; viviamo in un momento storico, sia per il business che per le opportunità di emergere. Vi sono numerosi esempi ora (vedi la storia di Ari Hest) di artisti che hanno conquistato con i propri mezzi un contratto discografico importante. Casi analoghi vi sono anche in Europa come Kate Walsh, senza etichetta (usando un servizio tipo CDBaby) ha pubblicato il suo album su iTunes e ha conquistato le classifiche di iTunes Uk in poco tempo. Poco dopo ha firmato con Universal. Quindi, si lavora un pò al contrario. Prima emergi, vendi i brani on-line, costruisci la tua comunità on-line, poi l’etichetta ti firma un contratto e ti distribuisce nei suoi canali. Bizzarro, ma il music business è anche questo”.
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Archiviato in:industria discografica, spot

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