Marketing Park

Una boccata d'aria pura nel sempre più fumoso e caotico mondo del Marketing! Dal 2006.

Exquisita loquti

Ieri ho riordinato alcuni vecchi articoli relativi a fatti di storia del’ultimo ‘900 ed archiviati in libreria. Essi andavano dall’omicidio di JFK (Corriere) alla fine della guerra del Vietnam (Il Mattino), dall’attentato a Papa Giovanni Paolo II al dramma di Chernobyl (La Stampa). Ho ritrovato anche riviste tecniche navali degli anni ’60 ed un periodico per ragazzi edito nello stesso decennio.
L’Italia dell’epoca era certamente meno scolarizzata di quella contemporanea, eppure lo stile linguistico e narrativo delle pubblicazioni di un tempo era ricercato, sebbene si rivolgessero a dei lettori non sempre in grado di comprenderne totalmente il senso.
Questo costringeva i più a ricorrere spesso all’uso del vocabolario, ad assimilare nuovi termini. Molti trovavano così lo stimolo a leggere anche i libri, perchè sapevano che solo da lì passava la cultura e la conoscenza necessaria per comprendere pure quello che trovavano quotidianamente dal giornalaio.
Con gli anni chi scriveva per mestiere – pur mantenendo dei caratteri distintivi – ha poi adeguato il suo lessico a quello comune, quello parlato dalla società. Sembra quasi un controsenso, poichè le giovani generazioni intanto avevano la possibilità di procedere negli studi, cosa che ai loro padri e nonni era stato talvolta negato per motivi di economia familiare. Non vorrei parlare di un “appiattimento” della lingua italiana, però non riesco proprio a pensare ad un altrettanto efficace concetto equivalente.
Oggi con la lettura si tende maggiormente ad acquisire informazioni, possibilmente utili e spendibili nel vivere quotidiano, e non la strada verso quella exquisita locuti tanto cara a chi ci ha preceduto.
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5 Responses

  1. Maurizio Goetz ha detto:

    assolutamente d’accordo, ma parlerei piuttosto di appiattimento della cultura italiana estendo il ragionamento.

  2. MarketingPark ha detto:

    Fa eccezione, tra i contemporanei, lo stile di Eco. Una settimana fa hanno riproposto un servizio filmato degli anni ’60 dell’inviato Rai Ruggero Orlando: una ars oratoria che non esiste più, che dovrebbe far riflettere chi fa quel mestiere oggi.

  3. Carlo Odello ha detto:

    Alcuni interpretano l’impoverimento come una naturale evoluzione linguistica. L’anno scorso a Tokyo parlavo con la mia inteprete e mi diceva che anche per il giapponese è in atto la stessa evoluzione. Bene o male, sembra inarrestabile. A me personalmente dispiace perché perdere termini significa perdere capacità di descrivere con precisione il mondo. Finiremo come gli americani? A Ginevra l’organizzatrice americana di una fiera chiamava i franchi svizzeri semplicemente “swiss money”. Non sembrava conoscere il termine in inglese. E lavora come direttore in un importante rivista di settore USA.

  4. Massimo ha detto:

    Il problema è che invertire questa direzione senza il giusto supporto si rischia purtroppo di non essere compresi e di conseguenza di non essere accettati come comunicatori rivolti ai più.

  5. MarketingPark ha detto:

    Il problema è sostanzialmente di natura sociologico-culturale.Prima del ’68 nelle scuole si imparava un altro italiano, dobbiamo essere sinceri. Oggi in certi universitari si riscontrano lacune di sintassi elementare, tipo “o” (senza h) quando si intende la prima persona singolare presente del verbo “avere”, oppure “a” (sempre senza h) per la 3° singolare presente…e via discorrendo.

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