Marketing Park

Una boccata d'aria pura nel sempre più fumoso e caotico mondo del Marketing! Dal 2006.

La Comunicazione e le opere di bene


In questi giorni è partita una sottoscrizione (2 Euro attraverso l’invio di un SMS) a favore degli alluvionati e quindi non posso proprio esimermi dal fare una considerzione. Il ricorso a questa semplice forma di raccolta fondi consente di raggiungere somme importanti in breve tempo, spesso sull’onda delle emozioni conseguenti ad un evento tragico di grandi proporzioni. La promozione della sottoscrizione di turno viene fatta ogni volta capillarmente, attraverso i media e con generoso passaparola da parte di personaggi pubblici e conduttori televisivi, anche sul web (testate online, social network e blog).

E dopo?

Perchè l’utilizzo dei fondi (il come ed il quanto) non viene quasi mai comunicato adeguatamente e calorosamente come lo furono le campagne di raccolta?

Io aspetto ancora di capire cosa ne è stato dei tanti milioni di Euro racimolati con gli SMS a favore dei terremotati dell’Aquila.

Nessuno me lo ha ancora raccontato, eppure i mezzi di comunicazione non mancherebbero per fare una rendicontazione (dovuta) ai tanti italiani che in quelle settimane terribili parteciparono col cuore alla missione.

Probabilmente scavando in Rete qualcosa potrei sapere. Qualcosa…forse.

E perchè mai queste informazioni dovrei cercarmele? Perchè non si dà quasi mai giusta enfasi (attraverso  i media, ma anche un semplice blog, ad esempio) all’impiego dei soldi frutto di iniziative benefiche?

Archiviato in:beneficenza, blog, Comunicazione, media, sottoscrizioni, Terremoto dell'Aquila

Enough is enough

Negli ultimi anni abbiamo avuto una crescita esponenziale di personaggi pubblici (artisti, politici, varia nobiltà) che ad un certo punto della loro vita hanno abbracciato una qualche buona causa divenendo testimonial per questa o quella organizzazione.
Non ha tardato ad arrivare pure un indotto, legato a questo tipo di attività, rappresentato da agenzie specializzate nell’abbinare l’ente giusto (no profit?) al vip che dimostri interesse in tal senso.
Il testimonial caritatevole, indubbiamente, accresce così la sua popolarità.  A qualcuno poi basta proferire 2 parole ed ecco assicurata una corposa rassegna stampa planetaria nel giro di poche ore. Un “brand storming” che ahimè si ripete spesso e con le medesime modalità, che alla lunga mi ha provocato una sorta di rigetto verso certe rockstar, al punto da farmene dimenticare quanto di buono avevano finora suonato e cantato. Di più, ora me le figuro solo con la mano tesa, elemosinante sempre e comunque, segno che, a furia di toccare per anni e con insistenza sempre gli stessi argomenti appena si ha un microfono davanti, il messaggio rischia di non sortire più l’effetto sperato in partenza ma rasenta la molestia.
Tempo fa, un noto dj/producer italiano mi consultò a proposito dell’opportunità o meno di diventare il volto della nuova campagna di un’associazione impegnata nella salvaguardia ambientale (come gli era stato proposto). Io lo dissuasi dall’intento a meno che non rinunciasse a farsi vedere in giro col suo inquinantissimo SUV tedesco. In queste cause la coerenza è d’obbligo, altrimenti si rischia la credibilità. Basta una foto e sei sbugiardato.
Non sembrano farsene un cruccio ad Hollywood, dove un giorno si fanno immortalare inondati da affamati bambini africani e 24 ore dopo dichiarano di aver speso migliaia di dollari per la cuccia climatizzata del cane di casa.
Anyway.
Di contro, abbiamo anche chi comincia a mostrare pubblica insofferenza verso queste piccole grandi ipocrisie. E’ il caso di Noel Gallagher (“In uno show di U2 o Coldplay c’è sempre un messaggio sui poveri o sulle persone che muoiono di fame. Va bene, ma non possiamo solo passare una bella serata? Ci dobbiamo sentire per forza in colpa?”) e del nostro Luciano Ligabue (“Bravi artisti, furbacchioni e topi”, dal testo di “Caro il mio Francesco“, “il topo canta solo di quanto lui sia puro / e poi dà via la madre per stare sul giornale/ ed è talmente puro che ti lancia merda soltanto per un titolo più largo”).
Evidentemente una certa saturazione c’è, e non è più solo una mia sensazione.

Archiviato in:beneficenza, brand storming, comunicazione, Luciano Ligabue, Noel Gallagher, testimonial

Marketing o beneficenza?

Ogni qualvolta mi capita di intravedere in tv il vecchio Bono (U2) in compagnia di Bob Geldof sento la solita insopportabile puzza di questua e cambio canale. Probabilmente anche Alberto Foà prova medesima irritazione alla vista del duo e ne parla stavolta – con lucido senso critico – nella sua imperdibile rubrica su Economy (n° 25) che non a caso si intitola “Ecomedy” e da sola, ogni settimana, varrebbe il prezzo della rivista. Ho voluto estrapolarne alcune perle e riproporle a voi.
Avviso: se ne sconsiglia la lettura ai buonisti ad oltranza.
Foà scrive: “Non parlatemi delle grandi organizzazioni benefiche, delle manifestazioni interplanetarie e di quei personaggi dello showbusiness passati alla storia come benefattori. Se non vogliamo interrogarci su Bono (che i suoi soldi li investe su Forbes) facciamolo su sir Bob Geldof, artista che oltre al suo titolo nobiliare, dall’avere organizzato il Live Aid ha guadagnato fama e ricchezza. Qui casca l’asino perchè, quando la macchina organizzativa è troppo grande, i risultati della beneficenza sono, in genere, minimi. […] I soldi raccolti finiscono a quegli stessi governi che, corrotti e/o incapaci, hanno fatto precipitare la situazione. […] Se l’obiettivo dichiarato è troppo grande – come combattere l’AIDS – vai a sapere come vengono usati. Sarebbe meglio dare una mazzetta al Papa perchè non demonizzi l’uso del preservativo, che mettere a disposizione dei boss del Rwanda milioni di dollari”.

Archiviato in:beneficenza, Marketing

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