Marketing Park

Una boccata d'aria pura nel sempre più fumoso e caotico mondo del Marketing! Dal 2006.

Enough is enough

Negli ultimi anni abbiamo avuto una crescita esponenziale di personaggi pubblici (artisti, politici, varia nobiltà) che ad un certo punto della loro vita hanno abbracciato una qualche buona causa divenendo testimonial per questa o quella organizzazione.
Non ha tardato ad arrivare pure un indotto, legato a questo tipo di attività, rappresentato da agenzie specializzate nell’abbinare l’ente giusto (no profit?) al vip che dimostri interesse in tal senso.
Il testimonial caritatevole, indubbiamente, accresce così la sua popolarità.  A qualcuno poi basta proferire 2 parole ed ecco assicurata una corposa rassegna stampa planetaria nel giro di poche ore. Un “brand storming” che ahimè si ripete spesso e con le medesime modalità, che alla lunga mi ha provocato una sorta di rigetto verso certe rockstar, al punto da farmene dimenticare quanto di buono avevano finora suonato e cantato. Di più, ora me le figuro solo con la mano tesa, elemosinante sempre e comunque, segno che, a furia di toccare per anni e con insistenza sempre gli stessi argomenti appena si ha un microfono davanti, il messaggio rischia di non sortire più l’effetto sperato in partenza ma rasenta la molestia.
Tempo fa, un noto dj/producer italiano mi consultò a proposito dell’opportunità o meno di diventare il volto della nuova campagna di un’associazione impegnata nella salvaguardia ambientale (come gli era stato proposto). Io lo dissuasi dall’intento a meno che non rinunciasse a farsi vedere in giro col suo inquinantissimo SUV tedesco. In queste cause la coerenza è d’obbligo, altrimenti si rischia la credibilità. Basta una foto e sei sbugiardato.
Non sembrano farsene un cruccio ad Hollywood, dove un giorno si fanno immortalare inondati da affamati bambini africani e 24 ore dopo dichiarano di aver speso migliaia di dollari per la cuccia climatizzata del cane di casa.
Anyway.
Di contro, abbiamo anche chi comincia a mostrare pubblica insofferenza verso queste piccole grandi ipocrisie. E’ il caso di Noel Gallagher (“In uno show di U2 o Coldplay c’è sempre un messaggio sui poveri o sulle persone che muoiono di fame. Va bene, ma non possiamo solo passare una bella serata? Ci dobbiamo sentire per forza in colpa?”) e del nostro Luciano Ligabue (“Bravi artisti, furbacchioni e topi”, dal testo di “Caro il mio Francesco“, “il topo canta solo di quanto lui sia puro / e poi dà via la madre per stare sul giornale/ ed è talmente puro che ti lancia merda soltanto per un titolo più largo”).
Evidentemente una certa saturazione c’è, e non è più solo una mia sensazione.

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Archiviato in:beneficenza, brand storming, comunicazione, Luciano Ligabue, Noel Gallagher, testimonial

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