Marketing Park

Una boccata d'aria pura nel sempre più fumoso e caotico mondo del Marketing! Dal 2006.

Nuove felicità?

Le crisi economiche “prolungate”, perchè alimentate da continui scossoni che colpiscono welfare, tasse e lavoro, creano autentiche mutazioni genetiche nei consumatori. Se con l’autoconsapevolezza ogni individuo comincia a vivere con liberazione e sollievo il forzoso allontanamento dal consumismo, senza cioè provare frustazione nel non potersi più permettere taluni acquisti, allora saranno guai per tanti.

Economia e politica devono prenderne atto subito perchè sempre più spesso mi capita di leggere di iniziative in tal senso ed ho l’impressione che col tempo i proseliti della vita semplice e del consumo responsabile saranno sempre più numerosi. Si rischia infatti di prenderci quasi gusto!

Senza scomodare studi sociologici e trattati antropologici, a quanti di voi è capitato di conoscere anziani che pur non avendo problemi di budget avevano comunque uno stile di vita molto inferiore alle loro possibilità? Non è infrequente che persone forgiate da anni di privazioni dovute ad eventi bellici sappiano poi  condurre, anche in periodi di benessere, una esistenza sobria e senza orpelli.

Troppi ingranaggi si stanno via via inceppando nella nostra società, ma qualcuno già sceglie in serenità di incepparsi da solo. Se e quando riusciremo mai a ritrovare un mondo economicamente meno sofferente di quello odierno, sarà dura recuperare consumatori che io considero già adesso persi per sempre, e non ci sarà diavoleria del Marketing a riportarli indietro.

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La dolorosa verità

Mentre stamattina leggevo di una dirompente fusione tra agenzie pubblicitarie, non  ho potuto esimermi da una riflessione. Ho notato da un po’ che alcune catene italiane di negozi (in particolare settore arredamento e prodotti per la casa/cura della persona), con numerosi e consolidati punti vendita lungo tutta la Penisola, riescono ancora a proporre prezzi fortemente competitivi anche rispetto alla GDO tradizionale. Non trattandosi di discount bensì di rivenditori di prodotti di grandi marche o, come nel caso dell’arredamento, con fornitori di tutto rispetto che producono mobili e complementi in Italia, ho cercato di capire dove fosse il loro punto di forza, quello cioè in grado di farli competere sul territorio persino con presenze storiche come Ikea e che offrono, con una modica cifra in più, pure un indispensabile (per molti di noi) servizio di trasporto e montaggio. Mi duole scriverlo ma, as usual, queste catene da anni hanno una gestione molto diretta e circoscritta della pubblicità e del marketing. Esse escludono i costi di agenzie, di testimonial, di realizzazione di campagne creative e di spazi pubblicitari sui media nazionali ma “parlano” direttamente alle zone di competenza solo tramite depliant e cataloghi recapitati a casa, mostrando chiaramente le offerte senza fuffa ed effetti speciali. Questa banale strategia gli permette di mantenere un buon margine e, contemporaneamente, prezzi altamente concorrenziali che in tempo di crisi dei consumi non passano certo inosservati. Elementare, Watson? Ni, perchè a mio avviso andrebbero fatte molte considerazioni sull'(in)accessibilità per molti all’advertising ortodosso oppure sull’inevitabile ricaduta dei costi sul consumatore sempre meno disposto ad accollarsi le spericolate scelte di marketing a monte.

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Behind fashion bloggers – Breve analisi di un fenomeno

Titolo precedente di questo post: Sign of the times.

Tre mesi orsono, con l’intento di documentare e motivare il perchè di alcune mie personali scelte in materia di prodotti e marchi rispetto ad altri, diedi vita ad un esperimento online. Trattavasi di The Style Brunch, un temporary concept space per contenere piccoli lussi quotidiani in fatto di moda, estetica e design. La mia ricerca del bello nelle cose di uso comune trovava finalmente anche una sua collocazione virtuale da condividere con altri. In questo periodo mi sono soffermata (esclusivamente con l’obiettivo del mio iPhone) su dettagli (spesso esclusivi) di accessori, prodotti e complementi. Ho descritto peculiarità che possono essere colte solo da chi vive certi oggetti, a differenza di coloro che recensiscono solo in base al materiale stampa ufficiale diffuso dalle aziende.  Tempo a disposizione permettendo e, soprattutto, quando opportuno, continuo a segnalare le cose che mi piacciono e che apprezzo.

Però sul web appena si sfiora l’argomento moda è facile che qualcuno subito ti confonda con quello strano mondo fatto dai cosiddetti “fashionisti”, mondo al quale non aspiro ad appartenere (giusto per tranquillizzare quelli che mi conoscono). Trattasi di un vorticoso giro di personaggi che, a vario titolo, in rete e non, contribuiscono ad alimentare il business della moda operando sui loro simili come sulla potenziale clientela finale , persino utilizzando tutti gli strumenti social di cui oggi disponiamo.

Mio malgrado, nel momento in cui ho cercato di esplorare e comprendere il fenomeno “fashion blogger”, mi si è aperto davanti uno scenario inimmaginabile fatto di network, piattaforme, interconnessioni, circuiti promozionali e pubblicitari, awards, blogstar e chi più ne ha più ne metta. Tutto farebbe pensare che il gioco sia molto più serio ed organizzato rispetto a quello che si potrebbe credere aprendo un blog a caso, di quelli cioè anche apparentemente naif o che propongono look improbabili. In alcuni casi ho persino dubitato della “genuinità” di alcuni blogger (di facciata?), troppo giovani e senza curriculum specifici per mettere su certe potenti macchine di Marketing che farebbero impallidire il più navigato e titolato Project Manager. A supporto dei miei sospetti, il fatto che risulta spesso impossibile risalire (tramite “whois”) a chi abbia registrato realmente certi domini web.

Quello che a me colpisce è pure la puntuale acriticità di chi scrive i post, proprio come certi giornalisti di lungo corso caratterizzati da una talvolta ingiustificata generosità nei confronti di stilisti ed aziende del settore. Il fatto che questi ultimi siano storicamente dei big spender in campo pubblicitario può forse spiegare in parte l’entusiasmo tout court della stampa specializzata, però i blogger di razza (lo sappiamo) son quelli che scrivono animati da senso critico, scevri da condizionamenti. Invece in molti casi trattasi  di personaggi che vanno a braccetto con le griffe, organizzando talvolta happening ed operazioni di co-marketing che con l’autore amatoriale non hanno nulla a che vedere. Il tutto però viene reso più credibile se spruzzato qua e là con qualche foto personale e/o divertente.

I fashion blogger sono, genericamente, individui che in ogni angolo della Terra (e senza pudore, a volte) pubblicano le immagini delle loro mise quotidiane, molte delle quali ineccepibili, altre più discutibili sotto il profilo del buon gusto, a metà tra narcisismo e voglia “di esserci” comunque. Scorrendo le foto che corredano i post, a lasciarmi perplessa sono a volte le pose. Alcune sono ricorrenti da una latitudine all’altra, altre pure equivocabili. Tra queste ne avrei classificate alcune. C’è, ad esempio, “l’accovacciata” (come per espletare un bisogno fisiologico impellente); “l’attesa”, che invece consiste nello stare in strada con un tacco appoggiato alla parete esterna di un edificio, come in attesa appunto di “clienti” (come spesso si vede anche in certi polizieschi americani ambientati nei bassifondi urbani); infine vi segnalo la posa della “irriducibile”, ovvero tacco 12 a passeggio sul prato, roba da fantascienza. L’apoteosi però dell’esibizionismo è rappresentato da Fashism.com, ove gli utenti postano gli autoscatti realizzati persino nei camerini di prova delle boutique al fine di ricevere, in tempo reale, opinioni e suggerimenti all’acquisto dagli altri utenti collegati.

Ilarità e derive a parte, quanto sopra descritto dimostra che il web sta colmando il divario che c’è sempre stato (inutile negarlo) tra il mondo del lusso e la gente comune, quella che non solo per motivi di reddito ma soprattutto culturali difficilmente si immaginava al mercato o ad accompagnare i figli a scuola con una borsa Givenchy o un cappotto di Prada. Il solo fatto di vedere sui siti casalinghe, studentesse o impiegate vestite di tutto punto o con personalissimi mix di firme, immortalate nei contesti più disparati e comuni ha fatto dire a molte: why don’t me?
Il business, si sa, gioca anche coi grandi numeri e conquistare nuove fette di mercato è stato fondamentale per sopravvivere alle tante crisi che si sono succedute negli ultimi 10 anni. Infatti, il mondo della moda, anche attraverso questa inaspettata e virale forma di comunicazione consumer-to-consumer, sta conoscendo una crescita che altri settori stentano a macinare.
La stampa specializzata invece, proponendo i medesimi abiti ed accessori indossati però dalle top model (ovvero canoni di bellezza, fisicità e perfezione lontani anni luce dalla stragrande maggioranza degli esseri umani) rende, a mio parere, il lusso ancora più inaccessibile psicologicamente agli occhi dei più.
Le fashion addict e le shopaholic (quelle dallo shopping compulsivo/patologico) tendono ormai a trarre sempre più ispirazione dalle loro simili in rete piuttosto che sfogliando le riviste specializzate, troppo infarcite (as usual) di stereotipi irraggiungibili.
L’autodeterminazione delle consumatrici di moda, insomma, sta provocando anche il calo di interesse nell’editoria di settore e l’estinzione delle grandi tirature di un tempo.

Post aggiornato il 11/04/2011

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