Marketing Park

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Perchè bisogna salvare un blog

Quando voglio informazione, su qualsivoglia argomento o tematica, devo fare riferimento ai media: online, offline, anche blog, questi ultimi spesso indipendenti, scevri cioè da sovvenzioni o editori/padroni.
Se si ha sete ed il bicchiere è vuoto, meglio colmarlo con acqua pura o intorbidita? La risposta è ovvia ma l’esito della ricerca di una buona fonte è sempre meno scontato.
Approcciando una risorsa occorrerebbe conoscerne ogni volta: storia, orientamento politico, chi vi scrive e perché etc. per poter meglio decifrare o contestualizzare quanto mi racconta.
L’imprinting ideologico di una testata è talvolta onnipresente, dalla prima all’ultima pagina, persino in articoli “leggeri” come la cronaca mondana e di costume.
Spesso trovo molto più gradevole un post ben scritto da un semi-sconosciuto blogger che un articolo a firma di qualche star del giornalismo.
I blog sono e restano per me un importante punto di riferimento per le mie letture o ricerche quotidiane. La blogosfera però, per varie ragioni (sociologiche o personali di chi scrive) è molto “cagionevole”. La credibilità, ad esempio, è uno degli aspetti più delicati. Oppure la frequenza di pubblicazione. Negli ultimi 2-3 anni, causa anche l’avvento dei social network, la comunicazione sul Web si è frammentata. Effimeri frammenti di concetti invece che post completi ed esaustivi inondano quotidianamente la Rete. Alcuni blogger che leggo e stimo dedicano ormai più tempo al microblogging, al ludus, piuttosto che ad arricchire di contenuti i loro spazi tradizionali. La comunicazione di  passaggio (quella che nel giro di poche ore non lascia più tracce di sè) ha preso insomma il sopravvento. Forse inconsapevolmente. Questo vuoto progressivo di contenuti indipendenti favorisce solo l’editoria, l’informazione di parte e tutti quelli che finora hanno sempre avuto gioco facile nell’orientamento di coscienze e di pensiero.

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Giornalisti e bon ton

Quando una testata decide di scrivere di un’azienda o di un progetto, chi si occupa di comunicazione istituzionale all’interno della realtà in oggetto deve rendere il massimo della collaborazione per agevolare il lavoro del giornalista.
Distanza geografica, tempi stretti rispetto all’entrata in stampa del pezzo, disponibilità del fotografo designato o momentanea assenza in sede dei soggetti da intervistare sono gli ostacoli più frequenti. Quando il tutto si svolge con fluidità rispetto alla pubblicazione prevista, può capitare di vedersi piacevolmente citare anche nell’articolo in questione. Il modus è rivelatore però del grado di professionalità e di rispetto dei ruoli. Per darvene un’idea vi propongo due abstract: il primo è tratto da un noto mensile spagnolo di musica, dove il direttore in person mi ringraziò per il prezioso contributo:


Il secondo è relativo ad un periodico italiano, non a caso defunto da anni. Lo scribacchino di turno (che oggi si diletta a fare anche l’opinionista in tv e a disquisire tanto di Costituzione che di chirurgia estetica) al quale dedicai un intero pomeriggio tra interviste ai produttori (presenti all’appuntamento grazie a non pochi salti mortali), shooting fotografici e reperimento di materiale di archivio, tempo pochi giorni rivelò la sua insidiosa natura, nonchè una strana smemoratezza. Nell’articolo incriminato, tra errori di attribuzione e di datazione degli eventi, l’ingrato mi citò inspiegabilmente solo come “eterea segretaria”!

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4 link per readers-riders

  1. Luke Hayman (autore del restyling di Time e New York) detta le 5 linee guida per l’editoria ai tempi dell’iPad.
  2. Mario Calabresi fa un’analisi sull’evoluzione dell’informazione cartacea.
  3. Aldo Grasso e le 3 C della comunicazione del futuro.
  4. Infine, il difficile ruolo dei giornalisti online e dei freelance.

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