Marketing Park

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Brand, lato B e metafore dantesche

Leggiamo quotidianamente di note aziende nazionali che delocalizzano la produzione nei paesi dell’Est Europa; di abbigliamento prodotto a pezzi in Cina e assemblato nei nostri confini; di beni disegnati in Italia e fabbricati altrove, dove il lavoro costa un terzo che da noi.
Trattasi di prodotti con una filiera talvolta sconosciuta ai più e che garantiscono enormi margini fregiandosi di un’aura di italianità a mio avviso non dovuta.

Ricordo che a tutela dei consumatori -e per contrastare gli abusi- esiste l’Istituto per la certificazione del Made in Italy, che effettua controlli sull’intero ciclo produttivo.

Singolare, poi, il caso delle borse griffate, autentiche sì ma realizzate spesso in conto terzi da lavoratori in nero ed imprese totalmente sconosciute al fisco, talvolta ubicate nei sottoscala del Sud Italia.

Sono tanti, insomma, gli insospettabili “lati B” delle imprese di cui oggi veniamo sempre più a conoscenza, grazie ai vari canali di informazione.

Il rischio, per alcune scelte aziendali volte esclusivamente al profitto, è principalmente d’immagine. Un brand si fortifica con anni di marketing, di campagne di comunicazione, di valori espressi, di responsabilità sociale.

Come verrà percepito un marchio che ad un certo punto della sua storia decide di abbandonare un distretto/un territorio alterandone per sempre gli equilibri socio-economici?

Il mercato non dimentica e le rendite reputazionali non durano in eterno, neanche per gli status symbol. Evidentemente c’è un management di nuova generazione che non la pensa così e crede che, come nel III Canto dell’Inferno dantesco, ci saranno sempre schiere di dannati disposti a correre in eterno dietro un’insegna:

“…E io, che riguardai, vidi una ‘nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna;
e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto…”

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Equo e solidale: e se ricominciassimo da noi?

Recenti vicende di cronaca hanno evidenziato come,  talvolta, molti dei prodotti agricoli (e loro lavorati) che quotidianamente portiamo sulle nostre tavole siano frutto del lavoro svolto in assenza di tutela dei diritti umani, proprio come lo era il cotone nell’America pre Guerra di Secessione.

In Italia, in anni recenti, abbiamo familiarizzato via via coi tanti marchi a tutela dell’origine e della tracciabilità (IGP, DOP, DOCG etc.); abbiamo sviluppato sensibilità ed interesse verso quelle produzioni provenienti da paesi disagiati purchè garantiti come “equi e solidali”, ebbene, perchè non utilizzare questa denominazione anche per il Made in Italy (alimentare e non) al fine di rendere riconoscibili le condizioni di lavoro dietro l’intera filiera?

Tanto per cominciare, anche in assenza di un’apposita normativa, le aziende corrette potrebbero indicare già in etichetta che nessun lavoratore è stato sfruttato per realizzare quel bene. Il consumatore moderno sa cogliere certi valori e l’iniziativa accrescerebbe certamente la stima e la fidelizzazione verso i brand.

*immagine tratta dal sito Oxfam.org/Make Trade Fair

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Consigli di sopravvivenza

Non ho mai visto far carriera quelle da ciabattine ed infradito in ufficio. Sarà un caso?
In genere i datori di lavoro prediligono i soggetti che dimostrano spirito di sacrificio, e talvolta il sacrificio passa anche da un paio di scarpe chiuse nonostante +40° C.

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