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Una filippica contro l’università dove i baroni sono diventati re


Di Antonio Galdo, Direttore de L’Indipendente.

L’ottimo professore Pasquale Mistretta detiene il record nazionale: sei mandati consecutivi al vertice del rettorato di Cagliari. Sedici anni. Quanto basta per conquistare sul campo il titolo di “re dell’università”. Mistretta ha fatto il miracolo della longevità accademica a colpi di modifiche dello statuto, un lavoro di tessitura e di alleanze con il corpo accademico che gli ha consentito, ad ogni scadenza, di alzare verso l’alto l’asta della conservazione del potere.

Di regola, infatti, la norma prevede il limite dei due mandati per il posto di rettore, come la permanenza alla Casa Bianca, e ha una sua logica nella necessità di garantire un ricambio fisiologico nei posti di comando delle facoltà italiane. Ma i rettori, proprio come Mistretta, sono preparati, conoscono ogni angolo, ogni nervo scoperto, di leggi e regolamenti, e sanno come manovrare per garantirsi l’immortalità. Il caso di Cagliari non è affatto isolato. E ovunque, da Nord a Sud, i nostri magnifici si esercitano nell’acrobatico esercizio della modifica degli statuti. Avviene a Perugia e Brescia, a Bologna e Trento, a Siena e Firenze. Un fenomeno di massa, come il vizietto, nel quale sono specialisti i professori in Medicina, di girare le cattedre in famiglia, per diritto ereditario: così il 40 per cento dei figli dei primari lavora nella stessa facoltà dei genitori.

Il malcostume universitario, puntuale termometro dell’altissima temperatura corporativa del Paese, produce tre effetti collaterali, molto significativi per capire l’ossidazione delle nostre classi dirigenti. E’ chiaro che a rettori e presidi eternauti corrispondono delle vere e proprie consorterie universitarie, gruppi di potere e nomenclature che chiudono le porte dell’accesso e blindano le loro gestioni ad personam. In secondo luogo, ad ogni colpo di modifica degli statuti, ad ogni strappo con la norma, ad ogni eccezione che sostituisce la regola, corrispondo negoziati a catena in tutto l’universo dei 60.251 docenti (19,275 ordinari, 18,966 associati e 22.010 ricercatori). Una ragnatela di scambi, favori, dare per avere, che trasformano l’università italiana in un gigantesco mercato arabo.

Volano cattedre, incarichi, finanziamenti, consulenze. E rettorati. Infine, un’idea così personalistica della funzione ai vertici della pubblica amministrazione, che per definizione è transitoria, trasforma gli atenei in tanti feudi. Dove il monarca ha poteri assoluti. E dove si perde qualsiasi senso della neutralità dell’istituzione: le università, in pratica, diventano degli scantinati delle rispettive famiglie. Roba loro. Chissà che cosa ne pensa di tanta spregiudicatezza il professore Guido Trombetti, appassionato presidente della Conferenze dei rettori, che pure tuona in continuazione contro gli atti di prepotenza del governo e del Parlamento, della solita politica italiana dominata appunto da piccoli apparati talvolta familistici. Come quelli delle nostre università.

L’Indipendente

Blog de L’Indipendente

Ringrazio per la gentile collaborazione il Direttore Antonio Galdo, la sua Redazione ed il settimanale Economy ove l’articolo è stato pubblicato (n°18).
Egli delinea un quadro infelice ma reale, purtroppo, della situazione università in Italia. Ho voluto ospitare la sua “voce” su questo blog con l’auspicio di una riflessione e perchè avrei piacere di alimentare
anche qui una discussione sul tema.

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