Marketing Park

Una boccata d'aria pura nel sempre più fumoso e caotico mondo del Marketing! Dal 2006.

Drunk advertising #2

Stamane, leggendo un magazine femminile, mi sono imbattuta nella pubblicità di un noto marchio del fashion made in Italy. Location: un marciapiede metropolitano. Soggetto: una modella in posa, con abito slacciato sul fianco (zip aperta, ndr) e sguardo decotto, la quale sembra lasciar intendere che forse:

a) si è accovacciata per soddisfare un impellente bisogno fisiologico?
b) approfitta di una seduta di fortuna in attesa di “clienti”?
c) è reduce da una sbornia e/o da altri abusi?

Quiz: provate ad indovinare di quale griffe si tratta?

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L’e-commerce che verrà

Da pioniera del Web, ho seguito sin dai suoi esordi il fenomeno e-commerce. Fine XX secolo! Erano gli anni delle connessioni lente, dell’ISDN a singhiozzo (a casa mia), dei primi vagiti della Net Economy, dell’Italia che scopriva l’uso delle e-mail, anche a scopo promozionale. Leggevamo che gli Americani a Natale facevano acquisti sugli store online dove, senza doversi spostare da casa, trovavano di tutto e di più, comodamente consegnato a domicilio entro pochi giorni dall’ordine etc.
A me pareva, la loro, una macchina fantastica, oliata alla perfezione. Da noi la scena era ancora deserta e gli impazienti cominciavano a scrutare curiosi le possibilità offerte da Amazon. Poi arrivarono i primi operatori nazionali i quali si trovarono da subito ad annaspare tra i problemi. Logistica: sì, no, come? Marketing, policy dei prezzi, gestione dei resi, costi di spedizione, forme di pagamento, appeal e navigabilità dei siti etc.
Fior di discussioni e dibattimenti in tema di commercio elettronico erano all’ordine del giorno (l’archivio di Mlist è una risorsa preziosissima per chi volesse farsene un’idea).
A distanza di oltre 10 anni mi pare pur giusto tirare le somme, o no?
Lo ha fatto in queste settimane la Commissione Europea, l’ho fatto io da acquirente.
Ne emerge che di abusi ce n’erano e continuano ad essercene troppi, che l’acquirente risulta essere la parte debole, che gli Italiani sono ancora poco attratti dalle vendite online. L’Europa allora avanza le prime (discutibili) proposte per regolamentare il mercato, ma a me francamente non convincono.

Da cliente, a partire dal mio primo temerario acquisto con carta di credito (datato Settembre 2001), se mi sottoponessero un questionario di customer satisfaction, potrei dichiararmi soddisfatta solo al 50%. Non di più, per ora.

Ho sempre guardato all’e-commerce come ad una opportunità, che soprattutto il Made in Italy  avrebbe potuto cogliere prima. Nel fashion, ad esempio, per anni abbiamo dovuto sorbirci un’offerta misera, fatta spesso di fondi di magazzino, di collezioni passate, di merce pseudo-scontata, fallata, talvolta di contraffazioni. Gli store monomarca del lusso (pochi) sono apparsi solo in anni recenti, e con fatica. “Gli stlisti sono scettici”, ci dicevano. In realtà solo tempo ed affari persi, ci pensate?

Ed allora, a ripensarci, ben vengano pure le iniziative di Bruxelles, purchè si riordini, e ci sia finalmente stimolo per nuovi e più qualificati operatori.

Archiviato in:Amazon, Commissione Europea, E-commerce, Europa, internet, Made in Italy, Net Economy, shopping online

Brand, lato B e metafore dantesche

Leggiamo quotidianamente di note aziende nazionali che delocalizzano la produzione nei paesi dell’Est Europa; di abbigliamento prodotto a pezzi in Cina e assemblato nei nostri confini; di beni disegnati in Italia e fabbricati altrove, dove il lavoro costa un terzo che da noi.
Trattasi di prodotti con una filiera talvolta sconosciuta ai più e che garantiscono enormi margini fregiandosi di un’aura di italianità a mio avviso non dovuta.

Ricordo che a tutela dei consumatori -e per contrastare gli abusi- esiste l’Istituto per la certificazione del Made in Italy, che effettua controlli sull’intero ciclo produttivo.

Singolare, poi, il caso delle borse griffate, autentiche sì ma realizzate spesso in conto terzi da lavoratori in nero ed imprese totalmente sconosciute al fisco, talvolta ubicate nei sottoscala del Sud Italia.

Sono tanti, insomma, gli insospettabili “lati B” delle imprese di cui oggi veniamo sempre più a conoscenza, grazie ai vari canali di informazione.

Il rischio, per alcune scelte aziendali volte esclusivamente al profitto, è principalmente d’immagine. Un brand si fortifica con anni di marketing, di campagne di comunicazione, di valori espressi, di responsabilità sociale.

Come verrà percepito un marchio che ad un certo punto della sua storia decide di abbandonare un distretto/un territorio alterandone per sempre gli equilibri socio-economici?

Il mercato non dimentica e le rendite reputazionali non durano in eterno, neanche per gli status symbol. Evidentemente c’è un management di nuova generazione che non la pensa così e crede che, come nel III Canto dell’Inferno dantesco, ci saranno sempre schiere di dannati disposti a correre in eterno dietro un’insegna:

“…E io, che riguardai, vidi una ‘nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna;
e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto…”

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