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Il packaging "facoltativo"

Nella determinazione del prezzo di un prodotto, tra le variabili, c’è anche il costo relativo al packaging.
Mi riferisco ovviamente ai prodotti preconfezionati, di qualunque genere. Anche nel caso degli alimentari venduti a peso o a pezzo (quindi sfusi), i costi di quel minimo che occorre (sacchetto di carta o polietilene, pellicola, vaschetta etc.) per poterlo pesare e portar via con garanzia di igiene sono certamente già inclusi nel prezzo esposto al pubblico.
Nessun macellaio o salumiere però oserebbe conteggiare ed addebitare a parte quei pochi cent relativi all’imballo dell’etto di crudo o delle due bistecche, nè tantomeno oserebbe chiedere ai suoi clienti se le preferiscono incartate o portatersele via a mani nude, per una questione di buonsenso ed anche d’immagine.
Eppure…mi sono imbattuta già in ben due pizzerie che nel prezzario esposto alla cassa hanno evidenziato il prezzo del cartone d’asporto (50 centesimi!) da aggiungersi, ovviamente, a quello del tipo di pizza prescelto. Trattasi di un contenitore irrinunciabile se si vuol trasportare l’alimento in questione perchè flaccido, troppo caldo e condito.
Ok, probabilmente anche il cartone ricilato costa, ma 50 cent mi sembrano decisamente troppi.
Senza voler scomodare le “4 p” del marketing mix, agli avidi pizzaioli consiglio – se proprio non possono farne a meno – di caricare certi costi direttamente sul prezzo esposto, che apparirà sì lievitato rispetto alla concorrenza, ma eviteranno almeno di dare al cliente la percezione del lucro pure sull’imballaggio!

Technorati

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