Marketing Park

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L’innovazione: a volte basta poco

Quando si parla e si scrive di innovazione il pensiero ci porta subito verso cose macroscopiche, eventi eccezionali, utopie insomma.
L’innovazione di un prodotto comporta una serie di processi (rilevazione e valutazione dell’indice di gradimento e ragioni dell’eventuale scontento, ricerche di mercato, aggiornamento della linea produttiva con nuove tecnologie etc.) e di conseguenza dei costi che non tutte le aziende possono permettersi.
Talvolta stupisce che siano proprio le multinazionali (notoriamente con grandi disponibilità di risorse) a proporre ostinatamente prodotti che per formulazione e performance sono indietro anni luce.
E’ di questi giorni la polemica che ha investito il settore dei cosiddetti soft drink (molto amati dai bambini) nei quali sono state rilevate tracce di benzene. In quel caso, nonostante basterebbe riformulare la ricetta base delle bevande (sostituendo il sodio benzoato), alcuni produttori hanno dichiarato che non apporteranno alcuna variazione perchè, a loro dire, non vi sarebbero rischi per la salute pubblica.

Tra le piccole-grandi “rivoluzioni” che ho potuto riscontrare di recente vi segnalo:

  • il deodorante 24h “davvero antitraspirante” che non lascia aloni bianchi sui tessuti scuri. Era ora!
  • l’etichetta tipo tyvek dell’acqua minerale, che non si bagna e non si appiccica sulle mani;
  • l’astuccio dei Tic-Tac. Un tempo era di plastica rigida (tipo plexi) che in tasca si spaccava facendo fuoriuscire tutti i confetti. Oggi è di plastica flessibile.

Migliorare anche di poco un prodotto è un dovere verso chi sceglie.

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Walk the Dinosaur

La libera diffusione/condivisione di informazioni e contenuti sul Web rappresenta da sempre un cruccio per coloro che producono “frutti dell’intelletto”.
Tra questi, più di tutti, editori e discografici.
Senza voler qui analizzare i perchè ed i per come, o tracciare per tappe cosa è avvenuto da Napster in poi, avendo osservato per molto tempo anche da “addetto ai lavori” la situazione, ho potuto riscontrare che tra gli artisti sussistono (per fortuna) anche oasi libere dalla nevrosi da file-sharing peer-to-peer.
In particolare, tra gli esordienti (al 1° disco o quasi) o tra quegli artisti (anche noti) il cui mercato è legato quasi esclusivamente alla vendita del supporto in vinile (mix destinati ai dj professionisti), che già alla fine degli anni ’90 – quindi con la diffusione di Internet in termini di utenza e cultura – alimentavano abilmente la loro popolarità tra i giovanissimi “disseminando” in Rete e su Napster alcune versioni dei loro pezzi.
L’insolita operazione di auto-marketing non intaccava minimamente le vendite e contribuiva ad aumentare la simpatia degli artisti stessi i quali traevano, nel contempo, anche interessanti spunti per valutare il gradimento dei singoli brani e decidere se incidere o meno talune versioni. Il tutto infine avveniva anche col bene placet di alcuni produttori del settore. L’Mp3 era praticamente utilizzato nè più nè meno come uno spot.

Anche i video musicali nacquero, alcuni decenni orsono, per fungere da spot agli artisti ed amplificare la loro presenza televisiva da un capo all’altro del globo perchè, come noialtri mortali, anch’essi non erano dotati del dono dell’ubiquità.

Nei giorni scorsi ho letto un’inquietante notizia, o meglio, un vero tentativo di sovversione della natura promozionale dei…videoclip!

Il presidente di Universal Music, Doug Morris, si è scagliato (solo verbalmente, per ora) contro My Space e YouTube, ree – a suo dire – di infrangere i diritti d’autore mettendo a disposizione degli utenti migliaia di video musicali.

A mio avviso, in virtù della natura pubblicitaria dei videoclip, andrebbe incentivato il loro libero scambio tra siti, utenti e media in generale. Inoltre, come già avviene con le emittenti televisive, dovrebbero essere proprio i responsabili promozione delle etichette discografiche a fornire i file audiovisivi gratuitamente, magari mettendoli a disposizione dei webmaster o dei blogger (oggi autentici opinion leader) in apposite aree sui loro siti aziendali.
Eppure, qualche “dinosauro” ne vorrebbe ora ridurre la diffusione, a discapito degli artisti che già temono negativi effetti boomerang che tali eclatanti iniziative potrebbero avere sulla loro immagine.

Technorati

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