Marketing Park

Una boccata d'aria pura nel sempre più fumoso e caotico mondo del Marketing! Dal 2006.

Tanto tuonò che piovve

Pur non rinnegando quanto ho finora scritto a proposito di MySpace, alla fine ho capitolato per assecondare le numerose ed insistenti richieste dal mio “entourage” 🙂
Ho provato a smanettare con la “cosa”, ma il risultato alla fine mi convince poco. Mi sento come la famigerata montagna dopo che partorì il topolino.
L’interfaccia, dal punto di vista grafico, è avvilente. Trovo utile – e a suo modo funzionale – la possibilità di interagire con altri utenti a fini promozionali, per inoltrare comunicazioni e news, radunare vecchie conoscenze. Il potenziale a MySpace non manca, ma è da migliorare, e non di poco.
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Quell’oscuro oggetto chiamato MySpace

Una sorta di blogosfera “parallela” è certamente MySpace. Esso conta milioni di utenti nel mondo ed è la piattaforma preferita da artisti, personaggi dello showbiz e dell’industria discografica perchè consente di inserire file audio e video. Parrebbe essere un buon strumento promozionale. Parrebbe. MySpace – è noto a tutti – ha però un’usabilità indefinibile (in peggio), è un po’ caotico – diciamolo pure – ma, ciò che mi lascia perplessa, ha alcune funzioni non opzionali che costringono gli users a pubblicare dati personali (età, sesso, stato civile), facendo somigliare lo strumento ad un servizio di dating malfamato. Trovo questa forzatura un deterrente per chi vorrebbe utilizzare la piattaforma per scopi davvero puramente professionali, per non ritrovarsi in un enorme calderone di gente in cerca dell’anima gemella o di improbabili avventure.

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Walk the Dinosaur

La libera diffusione/condivisione di informazioni e contenuti sul Web rappresenta da sempre un cruccio per coloro che producono “frutti dell’intelletto”.
Tra questi, più di tutti, editori e discografici.
Senza voler qui analizzare i perchè ed i per come, o tracciare per tappe cosa è avvenuto da Napster in poi, avendo osservato per molto tempo anche da “addetto ai lavori” la situazione, ho potuto riscontrare che tra gli artisti sussistono (per fortuna) anche oasi libere dalla nevrosi da file-sharing peer-to-peer.
In particolare, tra gli esordienti (al 1° disco o quasi) o tra quegli artisti (anche noti) il cui mercato è legato quasi esclusivamente alla vendita del supporto in vinile (mix destinati ai dj professionisti), che già alla fine degli anni ’90 – quindi con la diffusione di Internet in termini di utenza e cultura – alimentavano abilmente la loro popolarità tra i giovanissimi “disseminando” in Rete e su Napster alcune versioni dei loro pezzi.
L’insolita operazione di auto-marketing non intaccava minimamente le vendite e contribuiva ad aumentare la simpatia degli artisti stessi i quali traevano, nel contempo, anche interessanti spunti per valutare il gradimento dei singoli brani e decidere se incidere o meno talune versioni. Il tutto infine avveniva anche col bene placet di alcuni produttori del settore. L’Mp3 era praticamente utilizzato nè più nè meno come uno spot.

Anche i video musicali nacquero, alcuni decenni orsono, per fungere da spot agli artisti ed amplificare la loro presenza televisiva da un capo all’altro del globo perchè, come noialtri mortali, anch’essi non erano dotati del dono dell’ubiquità.

Nei giorni scorsi ho letto un’inquietante notizia, o meglio, un vero tentativo di sovversione della natura promozionale dei…videoclip!

Il presidente di Universal Music, Doug Morris, si è scagliato (solo verbalmente, per ora) contro My Space e YouTube, ree – a suo dire – di infrangere i diritti d’autore mettendo a disposizione degli utenti migliaia di video musicali.

A mio avviso, in virtù della natura pubblicitaria dei videoclip, andrebbe incentivato il loro libero scambio tra siti, utenti e media in generale. Inoltre, come già avviene con le emittenti televisive, dovrebbero essere proprio i responsabili promozione delle etichette discografiche a fornire i file audiovisivi gratuitamente, magari mettendoli a disposizione dei webmaster o dei blogger (oggi autentici opinion leader) in apposite aree sui loro siti aziendali.
Eppure, qualche “dinosauro” ne vorrebbe ora ridurre la diffusione, a discapito degli artisti che già temono negativi effetti boomerang che tali eclatanti iniziative potrebbero avere sulla loro immagine.

Technorati

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