Marketing Park

Una boccata d'aria pura nel sempre più fumoso e caotico mondo del Marketing! Dal 2006.

Ho trovato un fossile

Alcuni giorni fa è stata data notizia del rinvenimento di una strana creatura nei mari giapponesi, che sembra uscita da un film sulla preistoria. Si tratta di un esemplare rarissimo di squalo morfologicamente molto diverso però da quelli a cui siamo abituati che, a detta degli scienziati, rappresenta un fossile vivente.
La razza di appartenenza (Chlamydoselacus anguineus) per millenni non è stata mai sfiorata dall’evoluzione, protetta dalle profondità marine.

Di recente anch’io ho avvistato un fossile.
Sullo scaffale di un ipermercato ho trovato infatti delle confezioni di…surrogato di caffè (sul packaging vagamente retrò vi era scritto proprio così).
Trattasi di un’amara miscela con proporzioni variabili di cicoria, orzo e altri cereali tostati.

Ebbene sì, nel 2007 c’è ancora chi produce un prodotto che fu in auge in tempi di austerity o bellici, che i nostri nonni (forse anche i nostri genitori) ricordano purtroppo bene.
Mi/vi chiedo: chi sarà mai il consumatore-tipo di un simile prodotto?
Inoltre: dopo il debutto dell’Euro, il caffè (quello vero) è notoriamente tra i pochi generi alimentari che non hanno subito aumenti (nè alla produzione nè lungo la filiera), citato spesso come esempio in controtendenza rispetto ad altri del cosiddetto paniere Istat.
Chi oggi non può concedersi il piacere di un espresso?
Seppur sconsigliati talvolta dai medici, anche i soggetti con certe patologie hanno già di che scegliere tra le alternative al caffè (orzo, decaffeinati etc.).
Se l’azienda del surrogato in questione vi chiedesse di riposizionare il marchio ed il prodotto, avreste difficoltà ad individuare la strategia giusta?
Mettendo, ad esempio, la “gustosa” tazzina in mano alla top model di turno, riusciremmo a ridare nuovo smalto ad un qualcosa che culturalmente evoca tempi economicamente bui?

Technorati

Annunci

Archiviato in:austerity, caffè, filiera, Istat, packaging, prodotto, squalo, strategia

Il packaging "facoltativo"

Nella determinazione del prezzo di un prodotto, tra le variabili, c’è anche il costo relativo al packaging.
Mi riferisco ovviamente ai prodotti preconfezionati, di qualunque genere. Anche nel caso degli alimentari venduti a peso o a pezzo (quindi sfusi), i costi di quel minimo che occorre (sacchetto di carta o polietilene, pellicola, vaschetta etc.) per poterlo pesare e portar via con garanzia di igiene sono certamente già inclusi nel prezzo esposto al pubblico.
Nessun macellaio o salumiere però oserebbe conteggiare ed addebitare a parte quei pochi cent relativi all’imballo dell’etto di crudo o delle due bistecche, nè tantomeno oserebbe chiedere ai suoi clienti se le preferiscono incartate o portatersele via a mani nude, per una questione di buonsenso ed anche d’immagine.
Eppure…mi sono imbattuta già in ben due pizzerie che nel prezzario esposto alla cassa hanno evidenziato il prezzo del cartone d’asporto (50 centesimi!) da aggiungersi, ovviamente, a quello del tipo di pizza prescelto. Trattasi di un contenitore irrinunciabile se si vuol trasportare l’alimento in questione perchè flaccido, troppo caldo e condito.
Ok, probabilmente anche il cartone ricilato costa, ma 50 cent mi sembrano decisamente troppi.
Senza voler scomodare le “4 p” del marketing mix, agli avidi pizzaioli consiglio – se proprio non possono farne a meno – di caricare certi costi direttamente sul prezzo esposto, che apparirà sì lievitato rispetto alla concorrenza, ma eviteranno almeno di dare al cliente la percezione del lucro pure sull’imballaggio!

Technorati

Archiviato in:Marketing mix, packaging

Archivio post

The Best From The Past

I post più letti oggi

Più votati

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: