Marketing Park

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Ho trovato un fossile

Alcuni giorni fa è stata data notizia del rinvenimento di una strana creatura nei mari giapponesi, che sembra uscita da un film sulla preistoria. Si tratta di un esemplare rarissimo di squalo morfologicamente molto diverso però da quelli a cui siamo abituati che, a detta degli scienziati, rappresenta un fossile vivente.
La razza di appartenenza (Chlamydoselacus anguineus) per millenni non è stata mai sfiorata dall’evoluzione, protetta dalle profondità marine.

Di recente anch’io ho avvistato un fossile.
Sullo scaffale di un ipermercato ho trovato infatti delle confezioni di…surrogato di caffè (sul packaging vagamente retrò vi era scritto proprio così).
Trattasi di un’amara miscela con proporzioni variabili di cicoria, orzo e altri cereali tostati.

Ebbene sì, nel 2007 c’è ancora chi produce un prodotto che fu in auge in tempi di austerity o bellici, che i nostri nonni (forse anche i nostri genitori) ricordano purtroppo bene.
Mi/vi chiedo: chi sarà mai il consumatore-tipo di un simile prodotto?
Inoltre: dopo il debutto dell’Euro, il caffè (quello vero) è notoriamente tra i pochi generi alimentari che non hanno subito aumenti (nè alla produzione nè lungo la filiera), citato spesso come esempio in controtendenza rispetto ad altri del cosiddetto paniere Istat.
Chi oggi non può concedersi il piacere di un espresso?
Seppur sconsigliati talvolta dai medici, anche i soggetti con certe patologie hanno già di che scegliere tra le alternative al caffè (orzo, decaffeinati etc.).
Se l’azienda del surrogato in questione vi chiedesse di riposizionare il marchio ed il prodotto, avreste difficoltà ad individuare la strategia giusta?
Mettendo, ad esempio, la “gustosa” tazzina in mano alla top model di turno, riusciremmo a ridare nuovo smalto ad un qualcosa che culturalmente evoca tempi economicamente bui?

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Archiviato in:austerity, caffè, filiera, Istat, packaging, prodotto, squalo, strategia

L’innovazione: a volte basta poco

Quando si parla e si scrive di innovazione il pensiero ci porta subito verso cose macroscopiche, eventi eccezionali, utopie insomma.
L’innovazione di un prodotto comporta una serie di processi (rilevazione e valutazione dell’indice di gradimento e ragioni dell’eventuale scontento, ricerche di mercato, aggiornamento della linea produttiva con nuove tecnologie etc.) e di conseguenza dei costi che non tutte le aziende possono permettersi.
Talvolta stupisce che siano proprio le multinazionali (notoriamente con grandi disponibilità di risorse) a proporre ostinatamente prodotti che per formulazione e performance sono indietro anni luce.
E’ di questi giorni la polemica che ha investito il settore dei cosiddetti soft drink (molto amati dai bambini) nei quali sono state rilevate tracce di benzene. In quel caso, nonostante basterebbe riformulare la ricetta base delle bevande (sostituendo il sodio benzoato), alcuni produttori hanno dichiarato che non apporteranno alcuna variazione perchè, a loro dire, non vi sarebbero rischi per la salute pubblica.

Tra le piccole-grandi “rivoluzioni” che ho potuto riscontrare di recente vi segnalo:

  • il deodorante 24h “davvero antitraspirante” che non lascia aloni bianchi sui tessuti scuri. Era ora!
  • l’etichetta tipo tyvek dell’acqua minerale, che non si bagna e non si appiccica sulle mani;
  • l’astuccio dei Tic-Tac. Un tempo era di plastica rigida (tipo plexi) che in tasca si spaccava facendo fuoriuscire tutti i confetti. Oggi è di plastica flessibile.

Migliorare anche di poco un prodotto è un dovere verso chi sceglie.

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La chimica del successo

Il fattore distintivo di un singolo in una moltitudine è la riconoscibilità. Da marketer e comunicatrice, ho tenuto sempre ben presente questo principio, applicandolo nei vari contesti e nelle tante sfide professionali che ho dovuto negli anni affrontare.
Individuati gli elementi, li si mette insieme nelle giuste dosi, al fine di creare quella combinazione unica (proprio come una formula chimica) che rende infine distinguibile e visibile il NOSTRO prodotto tra i tanti già presenti sul mercato.

A supporto di questa teoria – semplice a parole ma alquanto complessa da applicare – c’è la storia… dell’umanità tutta!
Se guardiamo al passato, ad esempio tra gli stili architettonici o pittorici, notiamo come certe “correnti” (o scuole di pensiero) sono poi diventate modello d’ispirazione per tanti.
In tempi più moderni nei vari campi, ed in particolare nella moda come nella musica, chi emerge tra l’agguerrita concorrenza è solitamente colui che per primo ha lanciato o creato un genere, un filone di successo, il cosiddetto antesignano.

Proprio nel fashion, le griffe che resistono all’usura del tempo sono quelle che sin dalle primissime collezioni hanno proposto linee, loghi o dettagli distintivi (tipo le 2 C, le catene dorate ed il bianco-nero di Chanel oppure il “wrap dress” di Diane von Furstenberg) che, sapientemente riproposti, restano attuali tutt’oggi, perpetuando l’opera di branding iniziata magari decenni fa.

La visibilità iniziale comunque non garantisce gloria eterna, riservata a pochi, soprattutto nella produzione di beni/servizi – soggetti ad un vero e proprio lifecycle – anche se la parola d’ordine resta la stessa: unicità!

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