Marketing Park

Una boccata d'aria pura nel sempre più fumoso e caotico mondo del Marketing! Dal 2006.

Vetrine appannate

Ci sono giorni in cui sento il peso di quasi 20 anni di Rete (vissuta) sulle spalle. Da utente prima e da professionista della Comunicazione dopo, posso davvero dire di averle viste tutte. Quando nel ’91, o giù di lì, col modem il mio pc si collegava a quello di un altro “pioniere” in Italia o all’estero, assaporavo la magia (e le potenzialità) di quel nuovo medium che entro breve sarebbe diventato il World Wide Web. Per la cronaca si trattava di BBS (una sottospecie di siti ospitati su server di privati cittadini, raggiungibili grazie a software come Terminate attraverso dialer di utenze voce domestiche con costi di interurbane astronomici). Sulle BBS cresceva anche il primo rudimentale “commercio elettronico” legale e, soprattutto, illegale, con liste di merci varie ma anche di software e cd pirata da far paura (ai tempi).

Distorsioni a parte, da donna pensavo a come sarebbe stato bello poter acquistare, un giorno, capi ed accessori esclusivi senza dovermi recare direttamente nelle boutique site in alcune lontane capitali. Sognavo, evidentemente, visto che i marchi del lusso hanno fatto capolino sul Web solo in tempi recenti (Prada.com ne è un esempio, MiuMiu addirittura poche settimane fa).  In pratica, per oltre 3 lustri abbiamo dovuto accontentarci di qualche reseller di pezzi provenienti da vecchie collezioni con tanto deserto intorno.

Dopo, causa anche la crisi che ha sfollato i negozi, il mondo della moda ha visto lo shopping online come un canale di collegamento  tra sè ed il resto del Pianeta (finalmente), quindi un’opportunità per vendere qualcosa anche a chi non aveva mai varcato una delle loro boutique su strada. Tutto bene dunque? Affatto. Per alcuni grossi brand (anche Made in France) l’offerta è ancora molto limitata, le collezioni sono marginalmente rappresentate, abbondano  invece gli articoli basic mentre quelli iconic latitano del tutto (avete presente le cosiddette it bag?). Ed allora, mi chiedo, perchè esserci?

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L’e-commerce che verrà

Da pioniera del Web, ho seguito sin dai suoi esordi il fenomeno e-commerce. Fine XX secolo! Erano gli anni delle connessioni lente, dell’ISDN a singhiozzo (a casa mia), dei primi vagiti della Net Economy, dell’Italia che scopriva l’uso delle e-mail, anche a scopo promozionale. Leggevamo che gli Americani a Natale facevano acquisti sugli store online dove, senza doversi spostare da casa, trovavano di tutto e di più, comodamente consegnato a domicilio entro pochi giorni dall’ordine etc.
A me pareva, la loro, una macchina fantastica, oliata alla perfezione. Da noi la scena era ancora deserta e gli impazienti cominciavano a scrutare curiosi le possibilità offerte da Amazon. Poi arrivarono i primi operatori nazionali i quali si trovarono da subito ad annaspare tra i problemi. Logistica: sì, no, come? Marketing, policy dei prezzi, gestione dei resi, costi di spedizione, forme di pagamento, appeal e navigabilità dei siti etc.
Fior di discussioni e dibattimenti in tema di commercio elettronico erano all’ordine del giorno (l’archivio di Mlist è una risorsa preziosissima per chi volesse farsene un’idea).
A distanza di oltre 10 anni mi pare pur giusto tirare le somme, o no?
Lo ha fatto in queste settimane la Commissione Europea, l’ho fatto io da acquirente.
Ne emerge che di abusi ce n’erano e continuano ad essercene troppi, che l’acquirente risulta essere la parte debole, che gli Italiani sono ancora poco attratti dalle vendite online. L’Europa allora avanza le prime (discutibili) proposte per regolamentare il mercato, ma a me francamente non convincono.

Da cliente, a partire dal mio primo temerario acquisto con carta di credito (datato Settembre 2001), se mi sottoponessero un questionario di customer satisfaction, potrei dichiararmi soddisfatta solo al 50%. Non di più, per ora.

Ho sempre guardato all’e-commerce come ad una opportunità, che soprattutto il Made in Italy  avrebbe potuto cogliere prima. Nel fashion, ad esempio, per anni abbiamo dovuto sorbirci un’offerta misera, fatta spesso di fondi di magazzino, di collezioni passate, di merce pseudo-scontata, fallata, talvolta di contraffazioni. Gli store monomarca del lusso (pochi) sono apparsi solo in anni recenti, e con fatica. “Gli stlisti sono scettici”, ci dicevano. In realtà solo tempo ed affari persi, ci pensate?

Ed allora, a ripensarci, ben vengano pure le iniziative di Bruxelles, purchè si riordini, e ci sia finalmente stimolo per nuovi e più qualificati operatori.

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