Marketing Park

Una boccata d'aria pura nel sempre più fumoso e caotico mondo del Marketing! Dal 2006.

Perdiamoci di vista

Ci sono “mondi” che dovrebbero tenersi sempre a debita distanza o, almeno, studiarsi reciprocamente prima di incontrarsi o di siglare una qualsivoglia unione. In questi giorni abbiamo ampiamente constatato quanto moda e lusso abbiano difficoltà a districarsi tra social media e popolo della rete. Al di là delle capacità/professionalità impiegate nell’utilizzo di certi strumenti, credo che alla base degli inciampi ci siano proprio quelle peculiarità che da sempre caratterizzano talvolta i settori di elìte: arroganza e presunzione. L’approccio degli utenti web necessita quasi sempre di cautela, se non addirittura di un bagno di umiltà, cose normali insomma ma che fanno storcere il naso alle aziende abituate a fare i capricci con i media tradizionali, a puntare i piedi per pretendere trattamenti di favore dal magazine di turno. Ed allora ben vengano le “sculacciate social”!

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The exit way

Lo scorso Dicembre Google rilevò l’esistenza di una pagina utente intestata a mio nome su un social network del quale ignoravo l’esistenza. La grafica non mi era del tutto sconosciuta, slogan e badge vari mi ricordavano qualcosa di già visto, anche se non capivo cosa.  Spulciando nel mio archivio di vecchi account ormai inattivi trovai una sorprendente somiglianza. Decisi così di rendere partecipe della mia disavventura anche il poderoso pubblico di Mlist pubblicando l’intervento che vi ripropongo qui di seguito:
“Cari di lista,
A primavera 2010 debuttò un nuovo social network che, recitava, “connects people with shared interests…”.  Come tanti mi iscrivo, lo testo per un po’, poi chiedo al support di eliminare il mio profilo. Procedura noiosa, noiosissima. Chiedere e non potersi cancellare da soli già la dice lunga.
Una mail mi confermò l’avvenuta chiusura del profilo ed io pensai di averci messo una pietra su definitivamente. Evidentemente qualcuno laggiù (in
 California) ama le porte girevoli. Ieri ho capito che lì i profili escono dalla porta e rientrano dalla finestra, con tanto di foto ed info personali.
Mi sono insomma ritrovata una pagina utente non richiesta sul nuovo servizio nato dalle ceneri del precedente, attivata dai gestori del sito. Ed io che in questi mesi avevo creduto che avessero cancellato PER SEMPRE i miei dati…
Mi/vi chiedo: è ancora così difficile conciliare decentemente privacy policy e web 2.0?”

Nel frattempo pensai bene di inoltrare un paio di richieste di cancellazione profilo utente al support del servizio. Alla prima seguì il silenzio mentre alla seconda l’addetto rispose così:
“Hello,
Your first account has been deactivated, per your request. However, all content from Xxxxxxx.com was transferred to Xxxxx.xx
If you’d like to log back in and delete the personal information, we can reactivate your account so you can remove it.
Please let us know if you’d like to proceed this way and we’ll reactivate your account asap (and then deactivate it as soon as you’ve made changes).
Best,
Xxxxxxx Support”

Provate ad immaginare il mio sdegno. Quel responsabile ammetteva, in pratica, che:
1) il mio profilo (e chissà quanti altri, temo io) a suo tempo correttamente eliminato era stato riciclato e ripubblicato in un loro nuovo progetto, senza il mio consenso;
2) per eliminare quella pagina non voluta nè richiesta avrei dovuto logarmi coi dati del vecchio account, che peraltro non possedevo più nè avevo intenzione di richiedere per non assecondare oltre questa azienda.

La mia risposta fu secca e categorica:

“Dear,
to transfer a deleted Xxxxxxx.com profile to Xxxxx.xx was unfair!
It isn’t a problem of mine but yours.
The procedures to delete my personal infos (as you explained) are too farraginous. I don’t want reactivate my profile, then remove definitively everything about me in your database.
Thanks”.

La mia richiesta è stata ignorata per ben tre mesi. Davvero personcine perbene.
Così, una settimana fa, ho inoltrato un’altra richiesta formale, corredata stavolta con una piccola ma sostanziale minaccia:

“First: you must remove definitively everything about me in your database and online.
Next, I’ll write a post (addressed to Italian marketers online community) about this unrequested situation if you still no to respect my request”.

Nel giro di qualche ora (anche a causa del fuso orario) la loro risposta è giunta fulminea:
“Hello,
Your profile has been deleted and removed from the site.
Thank you”.

Lascio a voi ulteriori considerazioni sul potere persuasivo dell’unica arma a disposizione di noi poveri blogger: la scrittura!

Inutile dirvi che oggi valuto con maggior attenzione la serietà di un nuovo servizio in rete anche in base alla presenza o meno della possibilità di disiscriversi autonomamente quando si vuole, perchè web è sinonimo di libertà (sempre purchè non si danneggi nessuno) e la libertà la possiamo difendere solo con le nostre scelte, anche in fatto di operatori.

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Behind fashion bloggers – Breve analisi di un fenomeno

Titolo precedente di questo post: Sign of the times.

Tre mesi orsono, con l’intento di documentare e motivare il perchè di alcune mie personali scelte in materia di prodotti e marchi rispetto ad altri, diedi vita ad un esperimento online. Trattavasi di The Style Brunch, un temporary concept space per contenere piccoli lussi quotidiani in fatto di moda, estetica e design. La mia ricerca del bello nelle cose di uso comune trovava finalmente anche una sua collocazione virtuale da condividere con altri. In questo periodo mi sono soffermata (esclusivamente con l’obiettivo del mio iPhone) su dettagli (spesso esclusivi) di accessori, prodotti e complementi. Ho descritto peculiarità che possono essere colte solo da chi vive certi oggetti, a differenza di coloro che recensiscono solo in base al materiale stampa ufficiale diffuso dalle aziende.  Tempo a disposizione permettendo e, soprattutto, quando opportuno, continuo a segnalare le cose che mi piacciono e che apprezzo.

Però sul web appena si sfiora l’argomento moda è facile che qualcuno subito ti confonda con quello strano mondo fatto dai cosiddetti “fashionisti”, mondo al quale non aspiro ad appartenere (giusto per tranquillizzare quelli che mi conoscono). Trattasi di un vorticoso giro di personaggi che, a vario titolo, in rete e non, contribuiscono ad alimentare il business della moda operando sui loro simili come sulla potenziale clientela finale , persino utilizzando tutti gli strumenti social di cui oggi disponiamo.

Mio malgrado, nel momento in cui ho cercato di esplorare e comprendere il fenomeno “fashion blogger”, mi si è aperto davanti uno scenario inimmaginabile fatto di network, piattaforme, interconnessioni, circuiti promozionali e pubblicitari, awards, blogstar e chi più ne ha più ne metta. Tutto farebbe pensare che il gioco sia molto più serio ed organizzato rispetto a quello che si potrebbe credere aprendo un blog a caso, di quelli cioè anche apparentemente naif o che propongono look improbabili. In alcuni casi ho persino dubitato della “genuinità” di alcuni blogger (di facciata?), troppo giovani e senza curriculum specifici per mettere su certe potenti macchine di Marketing che farebbero impallidire il più navigato e titolato Project Manager. A supporto dei miei sospetti, il fatto che risulta spesso impossibile risalire (tramite “whois”) a chi abbia registrato realmente certi domini web.

Quello che a me colpisce è pure la puntuale acriticità di chi scrive i post, proprio come certi giornalisti di lungo corso caratterizzati da una talvolta ingiustificata generosità nei confronti di stilisti ed aziende del settore. Il fatto che questi ultimi siano storicamente dei big spender in campo pubblicitario può forse spiegare in parte l’entusiasmo tout court della stampa specializzata, però i blogger di razza (lo sappiamo) son quelli che scrivono animati da senso critico, scevri da condizionamenti. Invece in molti casi trattasi  di personaggi che vanno a braccetto con le griffe, organizzando talvolta happening ed operazioni di co-marketing che con l’autore amatoriale non hanno nulla a che vedere. Il tutto però viene reso più credibile se spruzzato qua e là con qualche foto personale e/o divertente.

I fashion blogger sono, genericamente, individui che in ogni angolo della Terra (e senza pudore, a volte) pubblicano le immagini delle loro mise quotidiane, molte delle quali ineccepibili, altre più discutibili sotto il profilo del buon gusto, a metà tra narcisismo e voglia “di esserci” comunque. Scorrendo le foto che corredano i post, a lasciarmi perplessa sono a volte le pose. Alcune sono ricorrenti da una latitudine all’altra, altre pure equivocabili. Tra queste ne avrei classificate alcune. C’è, ad esempio, “l’accovacciata” (come per espletare un bisogno fisiologico impellente); “l’attesa”, che invece consiste nello stare in strada con un tacco appoggiato alla parete esterna di un edificio, come in attesa appunto di “clienti” (come spesso si vede anche in certi polizieschi americani ambientati nei bassifondi urbani); infine vi segnalo la posa della “irriducibile”, ovvero tacco 12 a passeggio sul prato, roba da fantascienza. L’apoteosi però dell’esibizionismo è rappresentato da Fashism.com, ove gli utenti postano gli autoscatti realizzati persino nei camerini di prova delle boutique al fine di ricevere, in tempo reale, opinioni e suggerimenti all’acquisto dagli altri utenti collegati.

Ilarità e derive a parte, quanto sopra descritto dimostra che il web sta colmando il divario che c’è sempre stato (inutile negarlo) tra il mondo del lusso e la gente comune, quella che non solo per motivi di reddito ma soprattutto culturali difficilmente si immaginava al mercato o ad accompagnare i figli a scuola con una borsa Givenchy o un cappotto di Prada. Il solo fatto di vedere sui siti casalinghe, studentesse o impiegate vestite di tutto punto o con personalissimi mix di firme, immortalate nei contesti più disparati e comuni ha fatto dire a molte: why don’t me?
Il business, si sa, gioca anche coi grandi numeri e conquistare nuove fette di mercato è stato fondamentale per sopravvivere alle tante crisi che si sono succedute negli ultimi 10 anni. Infatti, il mondo della moda, anche attraverso questa inaspettata e virale forma di comunicazione consumer-to-consumer, sta conoscendo una crescita che altri settori stentano a macinare.
La stampa specializzata invece, proponendo i medesimi abiti ed accessori indossati però dalle top model (ovvero canoni di bellezza, fisicità e perfezione lontani anni luce dalla stragrande maggioranza degli esseri umani) rende, a mio parere, il lusso ancora più inaccessibile psicologicamente agli occhi dei più.
Le fashion addict e le shopaholic (quelle dallo shopping compulsivo/patologico) tendono ormai a trarre sempre più ispirazione dalle loro simili in rete piuttosto che sfogliando le riviste specializzate, troppo infarcite (as usual) di stereotipi irraggiungibili.
L’autodeterminazione delle consumatrici di moda, insomma, sta provocando anche il calo di interesse nell’editoria di settore e l’estinzione delle grandi tirature di un tempo.

Post aggiornato il 11/04/2011

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