Marketing Park

Una boccata d'aria pura nel sempre più fumoso e caotico mondo del Marketing! Dal 2006.

Una piccola grande rivoluzione

L’ispirazione
Ieri ho avuto la fortuna di leggere un bel post a firma di Simone Brunozzi. Egli ha raccontato con estrema semplicità due suoi momenti speciali accaduti in giornate assolutamente normali.  L’effetto, sia sui lettori abituali del blog che su quelli (come me, d’altronde) “inciampati” per caso nel feed, è stato inaspettatamente sorprendente, anche per il suo stesso autore. Simone ha voluto così ringraziare e precisare: “Ci può stare che ho scritto un post piacevole, ma tutto questo karma positivo non dipende solo da me. Io penso una cosa: penso che abbiamo voglia di buono.
Penso che siamo stufi di telegiornali, giornali, discussioni da bar sempre incentrate su cose negative, dalla politica allo sport, ai soldi che non bastano mai, alla violenza che cresce, l’inquinamento che ci ammazza, il traffico che ci logora.
Sarà pure vero, e non lo metto in dubbio, che le cose non siano rosee… E sarà pure vero che per molti di noi la vita è difficile. […] Grazie, davvero, per le vostre belle parole. Ma non limitiamoci a commentare ME, e ringraziare ME. Pensiamo un secondo alla nostra vita, alle tante storie positive che accadono e che non vengono raccontate… E a quelle che accadono SOTTO I NOSTRI OCCHI, e che NON RACCONTIAMO. Io sono il primo, eh, a dimenticarmene: questa è una delle poche note positive che io abbia mai scritto su questo blog. Forse basterebbe spegnere la televisione, cestinare i giornali per qualche giorno, guardarsi intorno e cercare di ammirarle, queste cose buone. Ecco, un pensierino della sera: VOGLIA DI BUONO”.
La mia riflessione
Comincia ad essere sempre più palpabile, anche nella gente comune, una certa insofferenza verso il brutto, inteso in senso lato, non puramente estetico. Proviamo a pensare non solo a quanto accade già nel vivere quotidiano ma anche a quanto viene veicolato dai media, direttamente sotto i nostri occhi, direttamente nelle nostre case. Ognuno si difende come può, sviluppa i suoi anticorpi, impara ad arginare lo stress anche selezionando i programmi da vedere in tv, ad esempio. Spesso ci chiediamo come fanno ad andare in onda, persino sulle reti di Stato, trasmissioni diseducative, urlate, faziose, trash. Gli addetti ai lavori da anni provano a spiegarci il perchè con le solite argomentazioni: fanno audience e gli inserzionisti pubblicitari (cioè le aziende) corrono proprio lì dove c’è pubblico, senza porsi troppe domande sulla liceità delle tematiche trattate.
Il cane che si morde la coda?
Finchè ci saranno sponsor, quindi, non ci sarà codice di autoregolamentazione nè comitato di garanzia alcuno a far piazza pulita di reality, liti in diretta e salotti vari.
Come spezzare questo circolo vizioso e soddisfare, anche mediaticamente parlando, la nostra legittima “voglia di buono”?
Cosa suggerirebbe la logica
Le aziende dovrebbero avere più controllo etico dei programmi che vanno economicamente a sostenere o, perlomeno, avere il coraggio di tenersi debitamente a distanza dai cattivi modelli. Visto che l’alibi danaro viene costantemente tirato in ballo per giustificare certi titoli nei palinsesti, il danaro potrebbe – anche in senso inverso – determinarne la scomparsa. La fuga degli sponsor, infatti, farebbe automaticamente mancare l’humus necessario alla proliferazione di tanti show spazzatura. L’impatto sarebbe determinante soprattutto nelle reti private perchè non sostenute da alcun canone, a favore di una maggiore qualità dell’offerta come non si è mai vista prima.

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Una mano di bianco, please

Nell’era della Comunicazione Globale è diventato molto più complicato (se non impossibile) mantenere segreti a lungo vizi privati e stili di vita discutibili.
Per i personaggi pubblici, si sa, l’emersione di uno scandalo può stroncare carriere, spaccare famiglie, ridurre in miseria.

Rispetto un tempo, poi, oggi capita che per ogni soggetto caduto in disgrazia equivalga una moltitudine collaterale di personaggi che invece riesce a conquistarsi qualche giorno di imprevista celebrità (fatta di interviste, apparizioni televisive e, talvolta, pure qualche contratto), un “indotto trash”, per così dire.

Appena lo scoop accenna a sgonfiarsi, l’attenzione ritorna sul malcapitato di turno, il quale si gioverà (certamente) delle efficaci ma prevedibili azioni di un “crisis manager”, per raggiungere almeno una parziale riabilitazione dell’immagine perduta.

Ecco che viene puntualmente avviata quella che io definisco la “human wash machine” fatta di tappe obbligate e talvolta dolorose. Ad ogni latitudine corrisponde solitamente un iter, una sorta di “geomarketing” del vip.

Ad esempio, negli States, pare, la tappa principale è l’obiettivo della fotografa più quotata, a cui seguirà la cover sul magazine popolare, l’intervista con l’immancabile mea culpa (che racimola sempre consensi) e, perchè no, una puntata del talk show per eccellenza.
Gli sponsor ritornano e…vissero tutti felici e contenti!

 

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