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Il metodo Stanislavskij nel quotidiano del creativo

“Come comincia la giornata del cantante, del pianista, del ballerino? Si alzano, si lavano, si vestono, fanno colazione. A una certa ora stabilita, il cantante comincia a fare vocalizzi ed esercizi vocali. Il musicista si esercita con le scale o con altri studi intesi a mantenere e a sviluppare la sua tecnica. Il ballerino si affretta a raggiungere il teatro, la palestra dell’allenamento, per proseguire alla sbarra gli esercizi assegnati. E così ogni giorno. D’estate e d’inverno. Ogni giorno tralasciato è perduto e fa regredire la capacità dell’artista.” ( Konstantin Sergeevič Stanislavskij, 1890).
Così l’allievo della scuola di teatro doveva capire l’importanza dell’esercizio quotidiano.
Ed ancora:
“Formate i pensieri e le immagini della fantasia secondo il testo e le circostanze fornite dall’autore e dal regista. Ma siccome li avete fatti nascere entrambi – pensieri e immagini – dal vostro cuore, le parole e la verità che voi mettete in queste parole, proprio come se fossero la vostra vita, si fonderanno nel cerchio della vostra immaginazione e sulla scena” (da L’attore creativo. Conversazioni al Teatro Bol’Soj, 1918-1922).
Secondo Stanislavskij per riattivare le forze creative, per ritrovare il “tesoro” nascosto e renderlo manifesto, bisogna che l’attore eserciti una disciplina tale da mettere ordine nella sua mente – ovvero ricomporre i brandelli dei pensieri e delle emozioni per ricondurli entro contorni vivi e precisi – al fine di costruire immagini che si collochino in uno spazio interiore ordinato (quello che Stanislavskij chiamava il “circolo creativo”).
Anche chi non ha la benchè minima velleità artistica ma opera col suo ingegno nel campo della Comunicazione o del Marketing, ben conosce l’importanza della creatività, l’elemento cioè in grado di determinare la buona riuscita di un’azione o di una consulenza.
In ogni campo della vita, comunque, “il successo è figlio dell’ordine” (anche mentale) come amava ripetere un noto imprenditore a noi giovani “adepti”.

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La prospettiva che fa la differenza

La mia generazione, cioè quella di chi è stato teen ager negli anni ’80, credo sia stata l’ultima (perlomeno in Italia) ad essere convinta di avere dinanzi a sè un fulgido futuro, grandi orizzonti. Quando qualcuno chiedeva a me ginnasiale o ai miei compagni studenti cosa avremmo fatto da grandi, ne veniva fuori un corollario di risposte mai banali, con idee concrete e definite su prosecuzione di studi, specializzazioni e carriere. Anche quelli notoriamente con poche risorse economiche o tendenzialmente tesi all’introversione ed al malinconico stupivano tutti con un inaspettato ottimismo sul proprio avvenire. Nessuno si vedeva perdente insomma, e con quest’ottica affrontava con serenità gli step della sua giovinezza accompagnata dalla musica dei Duran Duran.
Per quello che ne so, quei ragazzi di allora hanno realizzato davvero i loro propositi e qualcuno addirittura grandi cose. Mi è giunta infatti notizia che una mia ex compagna di classe è oggi un affermato astrofisico.

Persino la Generazione X, quella degli apparentemente disillusi trentenni dei primi anni ’90, tanto osservata dai poco lungimiranti sociologi di quel tempo, poteva ancora appellarsi a qualche briciola di ottimismo.

In tempi recenti, quando ho seguito i colloqui di selezione di quello che sarebbe stato il mio gruppo di lavoro per l’azienda di cui facevo parte, ho potuto incontrare molti giovani tra i 18 ed i 28 anni, alcuni ancora universitari. Volendo classificare parte di essi in una categoria di quelle care ai sociologi di cui sopra, potrei fare tranquillamente riferimento alla cosiddetta Generazione Y o MTV Generation.
In questi ragazzi c’è buona volontà da vendere ed una gran voglia di fare ma nessuna prospettiva, non riescono cioè a fare alcun tipo di previsione per il loro futuro. La loro visione di sè, nella migliore delle ipotesi, non va oltre l’anno in corso. Eppure di sogni da realizzare ne avrebbero ma ne parlano (e malvolentieri) come di qualcosa di assolutamente irraggiungibile, benchè si tratti di cose ritenute da sempre normali come lavorare, comprarsi una casa e formarsi una famiglia.
Ogni qualvolta chiedevo loro come e dove si sarebbero visti dopo 20 anni seguiva il silenzio o un’alzata di spalle.

Al di là degli oggettivi cambiamenti della società odierna – alla quale spesso si imputa la colpa di aver ucciso i sogni dei giovani – si può parlare del successo come di uno status innanzitutto psicologico?

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La chimica del successo

Il fattore distintivo di un singolo in una moltitudine è la riconoscibilità. Da marketer e comunicatrice, ho tenuto sempre ben presente questo principio, applicandolo nei vari contesti e nelle tante sfide professionali che ho dovuto negli anni affrontare.
Individuati gli elementi, li si mette insieme nelle giuste dosi, al fine di creare quella combinazione unica (proprio come una formula chimica) che rende infine distinguibile e visibile il NOSTRO prodotto tra i tanti già presenti sul mercato.

A supporto di questa teoria – semplice a parole ma alquanto complessa da applicare – c’è la storia… dell’umanità tutta!
Se guardiamo al passato, ad esempio tra gli stili architettonici o pittorici, notiamo come certe “correnti” (o scuole di pensiero) sono poi diventate modello d’ispirazione per tanti.
In tempi più moderni nei vari campi, ed in particolare nella moda come nella musica, chi emerge tra l’agguerrita concorrenza è solitamente colui che per primo ha lanciato o creato un genere, un filone di successo, il cosiddetto antesignano.

Proprio nel fashion, le griffe che resistono all’usura del tempo sono quelle che sin dalle primissime collezioni hanno proposto linee, loghi o dettagli distintivi (tipo le 2 C, le catene dorate ed il bianco-nero di Chanel oppure il “wrap dress” di Diane von Furstenberg) che, sapientemente riproposti, restano attuali tutt’oggi, perpetuando l’opera di branding iniziata magari decenni fa.

La visibilità iniziale comunque non garantisce gloria eterna, riservata a pochi, soprattutto nella produzione di beni/servizi – soggetti ad un vero e proprio lifecycle – anche se la parola d’ordine resta la stessa: unicità!

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