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TFR e Comunicazione: un’occasione persa!

Istituti bancari. Assicurazioni. Gestioni patrimoniali. Entità che se e quando vogliono “comunicare” – soprattutto coi potenziali clienti – lo fanno in modo criptico, ricorrendo a slogan che in effetti dicono poco o nulla rimandando – per i non trascurabili “dettagli” – ad un auspicabile tete a tete con l’agente di turno.
Di tempo, si sa, ne abbiamo sempre troppo poco, perciò ameremmo conoscere a monte di qualunque preimpostato monologo le peculiarità di polizze ed investimenti. Come? Acquisendo, magari, le informazioni giuste (quelle cioè che fanno scattare la voglia di fissare un appuntamento) già attraverso spot e campagne stampa varie, solitamente povere in tal senso.
Persino l’argomento TFR, che ha tenuto banco negli ultimi 12 mesi, non ha fatto cambiar rotta le entità (in senso stavolta “spiritico”) di cui sopra.
I lavoratori-risparmiatori italiani, di conseguenza, devono aver tenuto le distanze dalle lusinghe fumose degli operatori del credito e lo dimostra il fatto che oggi, vicini cioè alla imminente scadenza del termine ultimo per esprimere le proprie volontà in merito al sudatissimo gruzzolo di fine rapporto lavorativo, un’indagine di Assogestioni dichiara che: il 74% dei lavoratori non ha ancora dichiarato la propria scelta. Fra questi, circa 7 milioni di individui, il 36%, dichiarano di voler lasciare in azienda il proprio Tfr, il 16% intende destinarlo ai fondi Negoziali, il 6% ai fondi aperti, il 7% preferisce Fip e Pip e solo una percentuale pari al 2% afferma di non voler fare nulla. Ma andando ad indagare le ragioni della mancata comunicazione, si scopre che nel 51% dei casi i lavoratori dichiarano di non aver ancora ricevuto sufficienti informazioni per decidere. Gli operatori privati hanno in pratica finora raccolto un magro bottino. Nel frattempo sulla stampa capita di imbattersi in pubblicità come questa o in spot terribili col duo di comici che viene rassicurato sul fatto che *”alla scadenza del contratto si potrà ricevere fino al 100% dei premi versati”!
Chi ci capisce è bravo.

*Al termine di un contratto di previdenza alternativa, della durata magari di 15-20 anni, recuperare il 100% del capitale versato dovrebbe essere la norma, non un’eccezione. Quel “fino a…” fa però pensare che forse potrebbero corrispondere anche qualcosina in meno. E gli interessi? Non se ne fa accenno. Rosicchiati da spese e voci varie, forse? Addio capitale rivalutato allora? L’investimento dove sta?

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