Marketing Park

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Equo e solidale: e se ricominciassimo da noi?

Recenti vicende di cronaca hanno evidenziato come,  talvolta, molti dei prodotti agricoli (e loro lavorati) che quotidianamente portiamo sulle nostre tavole siano frutto del lavoro svolto in assenza di tutela dei diritti umani, proprio come lo era il cotone nell’America pre Guerra di Secessione.

In Italia, in anni recenti, abbiamo familiarizzato via via coi tanti marchi a tutela dell’origine e della tracciabilità (IGP, DOP, DOCG etc.); abbiamo sviluppato sensibilità ed interesse verso quelle produzioni provenienti da paesi disagiati purchè garantiti come “equi e solidali”, ebbene, perchè non utilizzare questa denominazione anche per il Made in Italy (alimentare e non) al fine di rendere riconoscibili le condizioni di lavoro dietro l’intera filiera?

Tanto per cominciare, anche in assenza di un’apposita normativa, le aziende corrette potrebbero indicare già in etichetta che nessun lavoratore è stato sfruttato per realizzare quel bene. Il consumatore moderno sa cogliere certi valori e l’iniziativa accrescerebbe certamente la stima e la fidelizzazione verso i brand.

*immagine tratta dal sito Oxfam.org/Make Trade Fair

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L’economia invisibile

“Ho perso le parole, o le parole han perduto me?”
Luciano Ligabue
Il mercato pubblicitario e della comunicazione a Brescia si muove poco e quel poco dice grazie soprattutto alla grande distribuzione organizzata (per la presenza di numerosi centri commerciali), al credito ed al settore immobiliare, sempre florido.
Esiste poi una “coda lunga” di pmi, esercizi commerciali, società di servizi di cui si conosce l’esistenza solo se per caso si incrocia con lo sguardo una targhetta, se si aprono le Pagine Gialle o, addirittura, solo l’elenco telefonico.
Sopravvivono ancora piccole botteghe artigiane che nonostante siano in fase di estinzione, sembrano voler accelerare questo processo operando nell’anonimato di vecchi vicoli e senza far conoscere al resto della città o della provincia la loro preziosa presenza.
Periodicamente, uno dei quotidiani locali dedica qualche inserto a settori specifici: poche pagine con piccoli articoli, una immancabile intervista, qualche segnalazione=redazionale, condite da spazi pubblicitari naif di pochi cm quadrati.
Le relazioni esterne sono spesso relegate a poche fiere di settore poi – testa bassa – si rientra velocemente nell’ombra.
Ho notato che persino le shopping bag – che una volta erano personalizzate e facevano, a modo loro, brand awareness grazie al loro lungo lifecycle (riutilizzi successivi perchè talvolta eleganti) – stanno scomparendo a favore di sacchetti anonimi più economici. Fanno eccezione, ovviamente, i negozi monomarca e di grosse catene.
Per quanto concerne il web la situazione è quella desolante descritta in un mio post precedente.
Tutto qua.
La comunicazione intesa come diffusione dei propri valori è diventata introvabile ed a pochi importa farne. Che siano spariti proprio i valori?

Technorati

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